Visualizzazione post con etichetta immacolata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immacolata. Mostra tutti i post

domenica 17 settembre 2017

#sumpont2017 "Pellegrinaggio maturo": consapevolezza che solo la preghiera e la penitenza possono salvare la Chiesa

Siamo rimasti spiritualmente edificati ammirando sul noto blog cattolico MiL (Messainlatino QUI ) le foto amatoriali che un fedele ha scattato nelle diverse liturgie celebrate nei giorni scorsi a Roma per il VI Pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum .

Del riuscitissimo Pellegrinaggio che quest'anno ha festeggiato il X anniversario della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum ci interessa particolarmente

venerdì 2 agosto 2013

“I tradizionalisti rischiano di creare uno scisma : sono animali feriti e dunque pericolosi”.

Circondiamo con la nostra premurosa preghiera  coloro che hanno osato incorrere “ nell'indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo “ proibendo nel corso della storia della Chiesa un qualsiasi Sacerdote di celebrare   la Santa Messa nel venerato rito antico, detto anche di San Pio V che codificò l'antichissimo , preesistente rito romano “ ... dopo aver diligentemente collazionato tutti i codici raccomandabili per la loro castigatezza ed integrità - quelli vetusti della Nostra Biblioteca Vaticana e altri ricercati da ogni luogo - e avendo inoltre consultato gli scritti di antichi e provati autori, che ci hanno lasciato memorie sul sacro ordinamento dei medesimi riti, hanno infine restituito il Messale stesso nella sua antica forma secondo la norma e il rito dei santi Padri” e ne infuse in eterno la forza di legge concedendo persino “ l'Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente: così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta, né, d'altra parte, possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale”.
Devotamente pervasi dall’amore per la Liturgia, per il canto sacro liturgico e per tutte le forme che esaltano la bellezza della Maestà Divina giovani, giovanissimi e adulti hanno accolto le disposizioni del Magistero contenute nei due Indulti del Beato Giovanni Paolo II e soprattutto nel Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI che  donano la gioia perenne ed insostituibile di assistere con cuore felice alla Santa Messa nell’antico rito della Chiesa Cattolica.
La devozione con cui i fedeli si accostano al Santo Sacrificio della Messa celebrato nell’antico rito fanno rigettare le ributtanti espressioni che P.Federico Lombardi S.J. ha usato per commentare le recenti disposizioni canoniche che hanno colpito i Francescani dell’Immacolata compresa la proibizione di celebrare la Santa Messa con l’antico messale  della Chiesa.
Il portavoce della sala stampa vaticana ha infatti voluto maliziosamente subodorare che : “ lo scopo che Benedetto XVI si era propostonel Motu Proprio Summorum Pontificum n.d.r.- era infatti di superare tensioni e non crearne”.
Qualcuno spieghi per favore come la più santa ed antica forma liturgica della Chiesa di sempre possa essere fonte di tensioni anziché , come è stato e sempre sarà, capace di infondere nell’animo dei fedeli quella santità di cui è ricolma !
Il portavoce vaticano non ha speso neppure una parola per quel santo Documento del Magistero che dal 2007 dona una forza del tutto speciale ai fedeli per condurli, con la serenità nel cuore, alle “periferie esistenziali” testimoniando lo stesso Cristo Signore adorato  durante il Santo Sacrificio della Messa !
Ma non pretendiamo che il portavoce vaticano ci parli di spiritualità e di bellezza liturgica.
E’ un dato di fatto che i fedeli laici stanno dando luminosa testimonianza alla fede eucaristica della chiesa, di ieri come di oggi, riassunta nel Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI.
Un atto di fede e di devozione al Santo Sacrificio della Messa , caro Padre Lombardi, che ha pervaso in ogni epoca la schiera interminabile dei Martiri che hanno voluto difendere con il loro sangue innocente quello che la Chiesa insegna in materia di devozione eucaristica !
Dopo la “precisazione” del potente e freddo portavoce vaticano sono  arrivati alcuni sms  da parte di  uno “schiavo” , un pavido che ha paura  che la sua Curia Arcivescovile lo esoneri dall’insegnamento della religione cattolica ( cosa che avverrà egualmente prima o poi a causa del crescente numero degli “esonerati” – musulmani o di altre religioni. Tant’è che il responsabile diocesano in una recente riunione ha detto realisticamente ai più giovani insegnanti : “ Si salvi chi può … prima o poi non avrete più lavoro… n.d.r. ).
Questo senso di angosciosa paura ha spinto un giovane intellettuale ad  allinearsi col potente di turno ( scriverei una specie di sindrome di Stoccolma ... se avesse subito episodi violenti - grazie a Dio non è così ! - ) .
L'intellettuale ha così scritto :
Io non sono tradizionalista ( neppure noi che frequentiamo le messe nell’antico rito lo siamo. Siamo solo dei cattolici n.d.r.) non posso esserlo per mentalità , per cultura e per sensibilità. Non sono il fondatore di nessuna messa .  
Io non sono sostenitore di nulla che possa essere tradizionalista. 
I tradizionalisti sono animali feriti e dunque pericolosi, non hanno che troppa ignoranza e per questioni marginali , come le forme rituali, rischiano di creare uno scisma. 
Atei devoti hanno ideolocizzato il cristianesimo rendendolo esclusivista e rigido”.
Certo è che i " gestori " delle Curie ora incutono vero terrore nei loro subalterni tanto da provocare  simili comportamenti ... altro che spirito pastorale... altro che amore vicendole ...  sforziamoci tuttavia  di sorridere :  "La realtà sta superando la satira." Ennio Flaiano (1910 – 1972)
Andrea Carradori







lunedì 13 agosto 2012

SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE : FRANCESCANO DELL'IMMACOLATA


14 Agosto SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE SACERDOTE E MARTIRE

Zdunska-Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 - Auschwitz, 14 agosto 1941

Martirologio Romano: Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori
Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. 
Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. 
I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. 
Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. 
Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. 
Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. 
Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. 
Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.


Spunti bibliografici su San Kolbe Massimiliano a cura di LibreriadelSanto.it