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venerdì 30 giugno 2017

Charlie Gard. Il Papa: "Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d'amore che Dio affida ad ogni uomo"

"Sembra inverosimile la storia del piccolo Charlie, il bambino britannico affetto da una rarissima malattia che i medici e i giudici del regno vogliono morto contro la volontà dei genitori. 
Il papà e la mamma vorrebbero portare il figlio in Stati Uniti per tentare il tutto per tutto tramite una cura sperimentale.
Niente da fare, la vita di Charlie non dipende dai suoi genitori

mercoledì 15 agosto 2012

UN IMPRENDITORE CATTOLICO FA LA SUA RIFLESSIONE NEL GIORNO DELL’ASSUNTA : " DESERTO SULLA TERRA, COL RIO DESTINO IN GUERRA, È SOLA SPEME UN COR, È SOLA SPEME UN COR, È SOLA SPEME UN COR..." ( Il Trovatore)


Mario Monti, nonostante i molti inviti, non ha fatto il suo dovere. 
Si sperava che cominciasse a tagliare finalmente in modo severo la mastodontica spesa che grava sul Pil (54%), che iniziasse a vendere le proprietà dello Stato, ma ha solamente fatto finta.
Allo stato attuale (il debito è addirittura aumentato e siamo a 1973 miliardi), non avendo il governo ottemperato a questi imprescindibili doveri, la sola nostra speranza, (per la verità un pio desiderio) è che la Banca Centrale Europea, cominci a stampare moneta e a comprare titoli italiani per fermare la speculazione.
Se ciò (come può essere immaginabile) non è possibile per il netto divieto delle nazioni nord-europee con a capo la Germania, allora i patti (fiscal compat) che sono stati sottoscritti dal nostro governo con l'Europa (diminuzione del debito pubblico di 45 miliardi l'anno per venti anni) dovranno essere onorati dai cittadini italiani con i loro averi. 
A questo punto però, data la situazione odierna già molto precaria, (la gente non spende, ha paura del futuro, i consumi sono crollati) non è immaginabile che gli italiani si sobbarchino un debito non loro per venti anni, quando poi sono a conoscenza che le proprietà dello Stato italiano sono pressochè uguali al suo debito e non possono esser vendute per le resistenze della Ragioneria dello Stato e di tutti gli enti locali italiani che ci lucrano ! (gli immobili sono vatutati 420 miliardi, ma è un conteggio per difetto dal momento che al censimento voluto dallo Stato ha risposto solamente il 53% degli enti locali) per cui possiamo pure affermare che in quanto a burocrazia e non solo, l'ultimo Stato sovietico rimasto sulla faccia della terra è lo Stato italiano.
Come dissi in un altro articolo sarà una battaglia tra sfruttatori che dallo Stato i soldi li prendono e anche tanti (negli ultimi dieci anni gli emolumenti pubblici sono aumentati di 44 miliardi ! 
7 punti percentuali in più dell'inflazione) e gli sfruttati (quelli che si cimentano col mercato sia essi imprenditori, maestranze e operai) quelli che i soldi allo Stato li danno, ma mai abbastanza a detta degli sfruttatori.
Si vuol gettare fumo negli occhi al popolo con la questione dell'evasione (materia sacrosanta, per carità), ma che più di tanto non dà (Equitalia raccoglie solamente 6/8 miliardi l'anno), quando c'è da tagliare la spesa pubblica perlomeno di cento miliardi e far cassa con la dismissione delle proprietà statali con centinaia di miliardi !
Se si insistesse su questo punto, penso che ne può andare della pace sociale. Si sa poi come si comincia, ma non come si finisce.
Come si è potuti arrivare ad un tale punto ? sarebbe interessante capirne le cause, ma a mio avviso bisogna risalire molto indietro. Solamente una disamina storica esauriente può far comprendere come mai la nostra civiltà possa essere caduta in questo cul-de-sac.
In un mio articolo ho parlato della decadenza dell'Europa. 
A questo riguardo vorrei aggiungere altri argomenti, per cui mi avvio a trattare un tema che sarà il cuore dell'articolo e non me ne vogliano coloro che amano le cose brevi.

LE ALTRE DUE PARTI DELL'ARTICOLO VENGONO POSTATE SU MESSAINLATINO

QUESTO  IL PRIMO PROSEGUO
QUESTO IL SECONDO

lunedì 13 agosto 2012

SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE : FRANCESCANO DELL'IMMACOLATA


14 Agosto SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE SACERDOTE E MARTIRE

Zdunska-Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 - Auschwitz, 14 agosto 1941

Martirologio Romano: Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori
Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. 
Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. 
I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. 
Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. 
Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. 
Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. 
Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. 
Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.


Spunti bibliografici su San Kolbe Massimiliano a cura di LibreriadelSanto.it

domenica 22 luglio 2012

LEFEVBRIANI ( ANTI ACCORDISTI) FAN CLUB : MESSAGGI SUBLIMINARI .A MONS. MÜLLER IL GUINNES DEI PRIMATI DEGLI ATTACCHI QUOTIDIANI… MA DAL VATICANO NULLA ( NON LEGGO, NON SENTO, NON PARLO )


Solo un piccolo "assaggio" del 22 luglio 2012, su 3 post diversi di MiL.
A che servono questi attacchi giornalieri contro il neo-prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede ?

"Intervista di Mons. Muller al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, riportata ieri da Vatican Insider. Il "Custode" della Dottrina della Fede dichiara:

Se i lefebvriani vogliono superare questa separazione devono accettare il fatto che «il Concilio vaticano II è vincolante» ...

«Si può discutere della dichiarazione sul rapporto con i media, ma le affermazioni sugli ebrei, sulla libertà di religione, sui diritti umani hanno delle implicazioni dogmatiche. Quelle non si possono rifiutare senza pregiudicare la fede cattolica».

Ho letto bene?
LA LIBERTA' RELIGIOSA COSI' COME CONCEPITA DAL CONCILIO E POST CONCILIO HA IMPLICAZIONI DOGMATICHE?

E LA SUA NON ACCETTAZIONE PREGIUDICA LA FEDE CATTOLICA?

MA NON E' L'ASSOLUTO CONTRARIO DI QUANTO SANCITO DA PAPA GREGORIO XVI, PIO IX PIO XI E PIO XII?

COSA NE PENSANO MONS. BUX E TUTTI GLI ARRAMPICATORI DIFENSORI DI MULLER CHE SI DILETTANO DI TEOLOGIA?

Comunque oggi nelle chiese italiane, nella Preghiera dei Fedeli, i cattolici italiani del NO hanno pregato così:
<>.
MONS. MULLER, IL SINCRETISMO HA IMPLICAZIONI DOGMATICHE E LA SUA NON ACCETTAZIONE PREGIUDICA LA FEDE CATTOLICA?

POVERA SANTA SEDE!"

INTERESSANTE INVECE QUESTO ARTICOLO :

[SPO] Les conditions de la Fraternité Saint-Pie X
SOURCE - SPO - 21 juillet 2012
Le document n’aurait pas dû fuiter ; il est déjà sur Internet
En date du 18 juillet dernier, l’abbé Thouvenot, secrétaire général de la Fraternité Saint-Pie X adressait une lettre circulaire aux supérieurs de districts, séminaires et maisons autonomes. Il faisait le compte-rendu des derniers mois et notamment des négociations avec Rome. Il rappelait également le déroulement du chapitre général et soulignait que ce dernier avait « donné son placet au Supérieur général à une très large majorité. » Enfin, il indiquait les conditions que la Fraternité Saint-Pie X s’imposait dans ses rapports avec les autorités romaines:

Conditions sine qua non que la Fraternité s’impose et qu’elle réclame des autorités romaines avant d’envisager une reconnaissance canonique:

1. Liberté de garder, transmettre et enseigner la saine doctrine du Magistère constant de l’Eglise et de la Vérité immuable de la Tradition divine ; liberté de défendre, corriger, reprendre, même publiquement, les fauteurs d’erreurs ou nouveautés du modernisme, du libéralisme, du concile Vatican II et de leurs conséquences ;
2. User exclusivement de la liturgie de 1962. Garder la pratique sacramentelle que nous avons actuellement (y inclus : ordres, confirmation, mariage) ;
3. Garantie d’au moins un évêque.

Conditions souhaitables:

1. Tribunaux ecclésiastiques propres en première instance ;
2. Exemption des maisons de la Fraternité sacerdotale Saint-Pie X par rapport aux évêques diocésains ;
3. Commission Pontificale à Rome pour la Tradition en dépendance du Pape, avec majorité des membres et présidence pour la Tradition.

On note donc deux étages dans cette fusée. Le premier étage a été, au moins pour son premier point, l’objet des discussions depuis le 14 septembre. C’est sur ce point principalement que des négociations devraient avoir lieu. Le point numéro deux est une évidence, qui ne devrait pas poser de problèmes. Le troisième point est étonnant dans la mesure où la Fraternité Saint-Pie X possède déjà trois évêques (quatre avec Mgr Williamson, mais qui n’est plus membre du chapitre). C’est donc une condition a minima.

Les conditions souhaitables sont pas nature ouvertes à la négociation. Le point deux s’avère le plus important car il détermine l’avenir. 
Le point trois n’est pas débarrassé d’un vocabulaire facile qui assimile la Fraternité Saint-Pie X à la Tradition de l’Église et en fait même la garante. 
On l’interprétera comme une facilité de langage qui vise à inclure aussi les communautés religieuses qui se situent dans la mouvance de la Fraternité Saint-Pie X.

La longue histoire de l’Église montre que celle-ci trouve toujours les moyens de régler les problèmes et les solutions pratiques nécessaires. Il serait juste temps maintenant que les discussions qui n’ont pas apporté grande chose laissent place aux négociations.


domenica 15 luglio 2012

FRATERNITA' SAN PIO X : ALLA FINE HAN DETTO : " NO, GRAZIE". TRISTE EPILOGO !


Domenica 15 luglio 2012 ore 11,45.
Telefonata dalla Francia.
Vengo "informato" che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha deciso di far decadere ogni  ipotesi di "accordo" con la Santa Sede, si anche fa riferimento all'ultima parte di un'omelia di pochi minuti prima.
La telefonata parla anche del ringraziamento che Fraternità farà alla Santa Sede  per le condizioni canoniche che le erano state prospettate.
Tanto per ribadire la nostra "posizione"  , espressa in questo blog diverse volte, posto il commento che un caro amico, ecclesiastico, ha avuto la bontà di scrivere su Facebook : " Ogni tanto bisogna alzare la voce e dire due parole, nude e crude, che non piaceranno agli amanti del "politicamente corretto" ecclesiale. Domani ci saranno due categorie di persone a brindare per una sconfitta annunciata che riguarda tutta la Chiesa: modernisti di varia e dubbia estrazione orfani del '68, e pseudotradizionalisti i quali, sostenendo che i Papi e i Concili insegnino l'errore, sono piuttosto inclini a considerare non Roma ma Econe come baluardo della fede cattolica. Chi - in area tradizionalista - saluterà la mancata firma dell'accordo come un evento positivo, necessario, non ama né la Chiesa né la Tradizione "
A.C.
1) AGGIORNAMENTO : Tornielli
Secondo un’anticipazione riportata da José Manuel Vidal sul sito Religión Digital, i lefebvriani hanno preparato un documento-dichiarazione nel quale si direbbe definitivamente «no» alla proposta di un ritorno nella piena comunione con Roma, pur ringraziando il Papa per quanto ha fatto in questa prospettiva e per l’occasione che ha dato alla Fraternità di esporre i suoi punti di vista.
I lefebvriani avrebbero concluso di non poter accettare il magistero del Vaticano II così come richiesto nel preambolo dottrinale consegnato al vescovo Bernard Fellay dal cardinale William Levada lo scorso 13 giugno, perché la firma sotto il preambolo comporterebbe l’accettazione degli «errori del Concilio».
La pubblicazione del documento della Fraternità era atteso per questa mattina. In realtà, la risposta verrà prima inviata alle autorità romane e quindi, all’inizio della settimana entrante, lo stesso Fellay presenterà la posizione presa dal capitolo generale in un’intervista. Tutti i segnali pubblici – le dichiarazioni di Fellay e di altri responsabili lefebvriani – come pure le indiscrezioni fino ad oggi pubblicate fanno pensare che la risposta sarà negativa. Anche se è possibile che i lefebvriani chiedano di poter nuovamente discutere sul testo del preambolo dottrinale.

2) AGGIORNAMENTO : " Luisa" su MIL
 La Stampa all`attacco!  
Non ci bastava Tornielli adesso ci si mette pure Galeazzi  ed evidentemente tutti e due sanno che ci sarà un no.  
È da mesi che Tornielli segue con una solerzia sorprendente il dossier FSSPX,  facendo soffiare il caldo e poi il freddo, l`accordo c`è e poi non c`è più, Mons. Fellay ha detto sì e la sua risposta conviene al Papa,  Mons. Fellay va a Roma per incontrare ad Albano i sacerdoti  e poi Levada il giorno dopo, è fiducioso, l`accordo si farà, tutto sembra ok ...ah no la Commissione non è d`accordo, innesta la marcia indietro e blocca la macchina al mese di settembre, gli avversari della FSSPX sembrano aver vinto la loro battaglia, e poi il Papa nomina come in una specie di tir groupé Roche, Di Noia e Müller....  
Non so che ruolo abbiamo giocato queste continue anticipazioni, quel soffiare il caldo e il freddo, quel nutrire le speranze di taluni e le inquietudini di altri,  quel dire, anzi, quell`insistere sull`accordo che era vicino, per certo le anticipazioni di Tornielli hanno fatto il giro del web in qualche secondo, sulle sue motivazioni o intenzioni sono molto perplessa.

3) AGGIORNAMENTO : L'INTERVISTA DI S.E.MONS.FELLAY
 e mutisme doctrinal n’est pas la réponse à « l’apostasie silencieuse »
DICI : Comment s’est déroulé le Chapitre général ? Dans quelle atmosphère ?
Mgr Fellay : Dans une atmosphère assez chaude, parce que le mois de juillet est particulièrement torride, en Valais ! Mais dans une atmosphère très appliquée, sur le fond, car les membres du Chapitre ont pu échanger en toute liberté, comme il convient dans une telle réunion de travail.
DICI : Les relations avec Rome ont-elles été traitées ? N’y avait-il pas de questions interdites ? Les dissensions qui se sont manifestées au sein de la FSSPX, ces derniers temps, ont-elles pu être apaisées ?
Mgr Fellay : Cela fait beaucoup de questions ! Au sujet de Rome, nous sommes vraiment allés au fond des choses, et tous les capitulants ont pu prendre connaissance du dossier complet. Rien n’a été mis de côté, il n’y a pas de tabou entre nous. Je me devais d’exposer précisément l’ensemble des documents échangés avec le Vatican, ce qui avait été rendu difficile par le climat délétère de ces derniers mois. Cet exposé a permis une discussion franche qui a éclairé les doutes et dissipé les incompréhensions. Cela a favorisé la paix et l’unité des cœurs, et c’est très réjouissant.
DICI : Comment voyez-vous les relations avec Rome après ce chapitre ?
Mgr Fellay : Toutes les ambiguïtés ont été levées chez nous. Nous ferons très prochainement parvenir à Rome la position du Chapitre qui nous a donné l’occasion de préciser notre feuille de route en insistant sur la conservation de notre identité, seul moyen efficace pour aider l’Eglise à restaurer la Chrétienté. Car, comme je vous l’ai dit récemment, « si nous voulons faire fructifier le trésor de la Tradition pour le bien des âmes, nous devons parler et agir » (voir entretien du 8 juin 2012, dans DICI n°256). Nous ne pouvons garder le silence devant la perte de la foi généralisée, ni devant la chute vertigineuse des vocations et de la pratique religieuse. Nous ne pouvons nous taire devant « l’apostasie silencieuse » et ses causes. Car le mutisme doctrinal n’est pas la réponse à cette « apostasie silencieuse » que même Jean-Paul II constatait, en 2003.
Dans cette démarche, nous entendons nous inspirer non seulement de la fermeté doctrinale de Mgr Lefebvre, mais aussi de sa charité pastorale. L’Eglise a toujours considéré que le meilleur témoignage en faveur de la vérité était donné par l’union des premiers chrétiens dans la prière et la charité. Ils ne faisaient « qu’un seul cœur et qu’une seule âme », nous disent les Actes des Apôtres (4, 32). Le bulletin de liaison interne de la Fraternité Saint-Pie X s’intitule Cor unum, c’est un idéal commun, un mot d’ordre pour tous. Aussi nous nous séparons avec force de tous ceux qui ont voulu profiter de la situation pour semer la zizanie, en opposant les membres de la Fraternité les uns aux autres. Cet esprit-là ne vient pas de Dieu.
DICI : Que vous inspire la nomination de Mgr Ludwig Müller à la tête de la Congrégation pour la Doctrine de la Foi ?
L’ancien évêque de Ratisbonne, où se trouve notre séminaire de Zaitzkofen, ne nous apprécie pas, ce n’est un secret pour personne. Après l’acte courageux de Benoît XVI en notre faveur en 2009, il n’avait guère paru vouloir collaborer dans le même sens, et nous traitait comme des parias ! C’est lui qui déclarait alors que notre séminaire devrait être fermé et que nos étudiants devraient aller dans les séminaires de leur région d’origine, avant d’affirmer sans détour : « Les quatre évêques de la Fraternité Saint-Pie X doivent tous démissionner » ! (voir entretien dans Zeit Online du 8 mai 2009).
Mais plus important et plus inquiétant pour nous est le rôle qu’il va devoir assumer à la tête de la Congrégation de la Foi qui doit défendre la foi, dont la mission propre est de combattre les erreurs doctrinales et les hérésies. Car plusieurs textes de Mgr Müller sur la transsubstantiation véritable du pain et du vin au Corps et au Sang du Christ, sur le dogme de la virginité de Marie, sur la nécessité pour les non-catholiques d’une conversion à l’Eglise catholique… sont plus que discutables ! Sans aucun doute, ils auraient fait autrefois l’objet d’une intervention de la part du Saint-Office dont est issue la Congrégation de la Foi qu’il préside aujourd’hui.
DICI : Comment se présente l’avenir de la Fraternité Saint-Pie X ? Dans son combat pour la Tradition de l’Eglise, est-elle toujours sur une ligne de crête ?
Mgr Fellay : Plus que jamais nous devons effectivement garder cette ligne de crête fixée par notre vénéré fondateur. C’est une ligne difficile à tenir, mais absolument vitale pour l’Eglise et le trésor de sa Tradition. Nous sommes catholiques, nous reconnaissons le pape et les évêques, mais devons avant tout conserver inaltérée la foi, source de la grâce du Bon Dieu. Il faut par conséquent éviter tout ce qui pourrait la mettre en danger, sans pourtant nous substituer à l’Eglise catholique, apostolique et romaine. Loin de nous l’idée de constituer une Eglise parallèle, exerçant un magistère parallèle !
Mgr Lefebvre a très bien expliqué cela, il y a plus de trente ans : il n’a voulu que transmettre ce qu’il avait reçu de l’Eglise bimillénaire. Et c’est tout ce que nous voulons à sa suite, car ce n’est qu’ainsi que nous pourrons aider efficacement à « restaurer toutes choses dans le Christ ». Ce n’est pas nous qui romprons avec Rome, la Rome éternelle, maîtresse de sagesse et de vérité. Pour autant il serait irréaliste de nier l’influence moderniste et libérale qui s’exerce dans l’Eglise depuis le concile Vatican II et les réformes qui en sont issues. En un mot, nous gardons la foi dans la primauté du Pontife romain et dans l’Eglise fondée sur Pierre, mais nous refusons tout ce qui contribue à l’« autodestruction de l’Eglise », reconnue par Paul VI lui-même, dès 1968. Daigne Notre-Dame, Mère de l’Eglise, hâter le jour de son authentique restauration !
(Source : DICI n°258)
Entrevista con Mons. Bernard Fellay, tras la conclusión del Capítulo General de la Fraternidad San Pío X (16 de julio de 2012)
Interview with Bishop Bernard Fellay on the occasion of the General Chapter of the Society of St. Pius X (July 16, 2012)
Interview mit S.E. Bischof Bernard Fellay anlässlich des Generalkapitels der Priesterbruderschaft St. Pius X. (16. Juli 2012)

4) AGGIORNAMENTO : L'Editoriale dell'Abbè   Régis de Cacqueray, Superiore del Distretto francese della FSSPX :
Quelle sera la crédibilité du verdict que la Rome conciliaire rendra peut être bientôt à propos de la Fraternité ? La déclarera-t-elle schismatique, de nouveau excommuniée ou l'exonérerat- elle de ces sobriquets ? 
Quoi qu'il en soit de la conclusion qui pourrait être portée, il ne faudra pas lui accorder une importance excessive...
Au fur et à mesure que se sont déroulées les années de la vie de la Fraternité, ce sont tantôt des menaces et des peines infligées par le Vatican, tantôt de grands compliments, différentes promesses et des mains tendues qui se sont succédé.
Les peines de l'Église, et jusqu'aux plus graves d'entre elles, venaient sanctionner la pertinacité de la Fraternité à refuser les erreurs du Concile, la nouvelle messe, le nouveau code de Droit canon, la nouvelle religion. Quant aux promesses qui lui étaient faites, elles ont toujours recherché, comme unique contrepartie, de faire cesser ses critiques et d'obtenir qu'elle taise son opposition sur les mêmes sujets.
On comprendra, dès lors, que cette interminable palinodie finisse par nous laisser de marbre et par discréditer à nos yeux ceux qui manient avec tant de facilité la carotte et le bâton... À être excommunié, puis « dés-excommunié », à être de nouveau menacé d'être excommunié, on finit par ne plus guère être impressionné par ces coups de théâtre et toutes ces volte-face.
Nous avons tant de raisons d'estimer ces peines injustes, nulles et non avenues ! 
Elles sont déconsidérées à nos yeux. D'abord, nous gardons le souvenir de 1988. 
C'est par l'excommunication que fut récompensé le signalé service rendu par Mgr Marcel Lefebvre à la sainte Église en la pourvoyant de quatre excellents évêques catholiques, grâce à qui la transmission du sacerdoce catholique s'est fortifiée. 
Nous avons, à cette occasion, constaté comment, par un mystère d'iniquité, les meilleurs serviteurs de l'Église se trouvent maltraités.
Nous n'en ressentons pas d'amertume mais l'on peut déduire de tout cela que la peine de l'excommunication ne nous fasse plus guère trembler.
En cette année du sixième centenaire de la naissance de sainte Jeanne d'Arc, nous nous rappelons d'ailleurs, dans l'histoire de l'Église, qu'assez nombreux sont les saints qui furent malmenés par des tribunaux d'Église. N'est-ce d'ailleurs pas l'histoire du Verbe incarné lui-même ?
Et nous ne sommes pas aveugles. Comment se fait-il, encore aujourd'hui, que des prêtres, des évêques, des cardinaux, et en grand nombre, peuvent enseigner de véritables hérésies, prôner une morale qui n'est plus catholique, sans pour autant être inquiétés ? Qui mériterait d'être excommunié ? Ceux qui s'efforcent de transmettre ce que l'Église a toujours enseigné ou ceux qui travestissent le dépôt révélé ? Quant au pape lui-même, il faut quand même rappeler que nous aurions quelques raisons de douter du bien-fondé de sanctions éventuelles qu'il prendrait à notre égard. Certes, il a adopté une manière d'appliquer le Concile plus mesurée et plus sage que son prédécesseur mais il est cependant résolument demeuré sur ses traces. Réunions interreligieuses, visite de mosquées et de synagogues, participation active à une cérémonie liturgique luthérienne à Rome, éloge appuyé de Martin Luther, réitération du scandale d'Assise, béatification de Jean-Paul II, vêpres célébrées en présence du pseudo-archevêque de Canterbury...
S'il décidait que nos évêques ou que nous-mêmes devions être « réexcommuniés », nous devrions alors nous demander : « Mais "réexcommuniés" par quelle Église ? » Par l'Église catholique ou par cette église conciliaire qui lui est une métastase ?
Or cela est clair : ce n'est que cette église conciliaire qui procéderait à cette "réexcommunication" :
« Le cardinal Ratzinger est contre l'infaillibilité, le pape est contre l'infaillibilité de par sa formation philosophique. Que l'on nous comprenne bien, nous ne sommes pas contre le pape en tant qu'il représente toutes les valeurs du siège apostolique, qui sont immuables, du siège de Pierre, mais contre le pape qui est un moderniste qui ne croit pas à son infaillibilité, qui fait de l'oecuménisme. Évidemment, nous sommes contre l'Église conciliaire qui est pratiquement schismatique, même s'ils ne l'acceptent pas. Dans la pratique, c'est une Église virtuellement excommuniée, parce que c'est une Église moderniste. Ce sont eux qui nous excommunient, alors que nous voulons rester catholiques. » (Mgr Lefebvre, Fideliter n° 70, p. 8)
Voilà pourquoi l'excommunication ou la déclaration de schisme qui proviendrait de l'Église conciliaire, secte qui s'est introduite jusqu'au coeur de la partie humaine de la sainte Église, ne doit pas nous inquiéter.
Nous nous réjouirions si nous devions être condamnés pour crime de fidélité à l'Église éternelle !
Abbé Régis de Cacqueray †, Supérieur du District de France


martedì 3 luglio 2012

MONSIGNOR GERHARD LUDWIG MÜLLER NUOVO PREFETTO CONGREGAZIONE DOTTRINA DELLA FEDE. DOPO CINQUANT'ANNI DI CONCILIARISMO, E' TEMPO DI RICORDARSI DEL FONDATORE, E DELLE FONDAMENTA... COME PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE DELLA FEDE PAPA BENEDETTO XVI HA SCELTO UN VESCOVO CON MOTTO "DOMINUS IESUS"


(parte prima )

(AGI) - Città del Vaticano, 2 luglio 2012 -
Benedetto XVI ha scelto per guidare la
Congregazione della Dottrina della Fede un presule 
che ha come
motto episcopale il titolo del documento 
"Dominus Iesus
che ribadisce l'unicita' del messaggio cristiano e della salvezza
che esso annuncia mettendo in guardia dal rischio del
sincretismo che si nasconde dietro un malinetso pluralismo.
Un testo che fu molto contestato all'indomani della sua
pubblicazione a firma dell'allora cardinale Joseph Ratzinger.
E che l'abbinamento tra l'istruzione della Congregazione Dottrina della Fede e il motto
episcopale di Muller non sia casuale lo dimostrano le date: il
nuovo prefetto e' stato nominato infatti vescovo di Ratisbona
da Giovanni Paolo II nel 2002, cioe' nel pieno della tempesta,
visto che il documento e' del 2000. (AGI)

La reazione del teologo ( già cattolico) Hans Küng non si è fatta attendere in tutta la sua durezza ( meglio così ...) Theologe Küng: Beförderung von Bischof Müller «katastrophal

( fine parte prima )

venerdì 29 giugno 2012

"...siete stati costituiti nel e per il grande mistero di comunione che è la Chiesa, edificio spirituale costruito su Cristo pietra angolare e, nella sua dimensione terrena e storica, sulla roccia di Pietro. Animati da questa certezza, sentiamoci tutti insieme cooperatori della verità, la quale – sappiamo – è una e «sinfonica», e richiede da ciascuno di noi e dalle nostre comunità l’impegno costante della conversione all’unico Signore nella grazia dell’unico Spirito. Ci guidi e ci accompagni sempre nel cammino della fede e della carità la Santa Madre di Dio. Regina degli Apostoli, prega per noi! " Omelia del Successore di Pietro e Vicario di Nostro Signore Gesù Cristo Benedetto XVI nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo


OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Venerdì, 29 giugno 2012






Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Siamo riuniti attorno all’altare per celebrare solennemente i santi Apostoli Pietro e Paolo, principali Patroni della Chiesa di Roma. Sono presenti, ed hanno appena ricevuto il Pallio, gli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno, ai quali va il mio speciale e affettuoso saluto. E’ presente anche, inviata da Sua Santità Bartolomeo I, una eminente Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che accolgo con fraterna e cordiale riconoscenza. In spirito ecumenico sono lieto di salutare e ringraziare “The Choir of Westminster Abbey”, che anima la Liturgia assieme alla Cappella Sistina. Saluto anche i Signori Ambasciatori e le Autorità civili: tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.

Davanti alla Basilica di San Pietro, come tutti sanno bene, sono collocate due imponenti statue degli Apostoli Pietro e Paolo, facilmente riconoscibili dalle loro prerogative: le chiavi nella mano di Pietro e la spada tra le mani di Paolo. Anche sul portale maggiore della Basilica di San Paolo fuori le mura sono raffigurate insieme scene della vita e del martirio di queste due colonne della Chiesa. La tradizione cristiana da sempre considera san Pietro e san Paolo inseparabili: in effetti, insieme, essi rappresentano tutto il Vangelo di Cristo. A Roma, poi, il loro legame come fratelli nella fede ha acquistato un significato particolare. Infatti, la comunità cristiana di questa Città li considerò come una specie di contraltare dei mitici Romolo e Remo, la coppia di fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma. Si potrebbe pensare anche a un altro parallelismo oppositivo, sempre sul tema della fratellanza: mentre, cioè, la prima coppia biblica di fratelli ci mostra l’effetto del peccato, per cui Caino uccide Abele, Pietro e Paolo, benché assai differenti umanamente l’uno dall’altro e malgrado nel loro rapporto non siano mancati conflitti, hanno realizzato un modo nuovo di essere fratelli, vissuto secondo il Vangelo, un modo autentico reso possibile proprio dalla grazia del Vangelo di Cristo operante in loro. Solo la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità: ecco il primo fondamentale messaggio che la solennità odierna consegna a ciascuno di noi, e la cui importanza si riflette anche sulla ricerca di quella piena comunione, cui anelano il Patriarca Ecumenico e il Vescovo di Roma, come pure tutti i cristiani.

Nel brano del Vangelo di san Matteo che abbiamo ascoltato poco fa, Pietro rende la propria confessione di fede a Gesù riconoscendolo come Messia e Figlio di Dio; lo fa anche a nome degli altri Apostoli. In risposta, il Signore gli rivela la missione che intende affidargli, quella cioè di essere la «pietra», la «roccia», il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19). Ma in che modo Pietro è la roccia? Come egli deve attuare questa prerogativa, che naturalmente non ha ricevuto per se stesso? Il racconto dell’evangelista Matteo ci dice anzitutto che il riconoscimento dell’identità di Gesù pronunciato da Simone a nome dei Dodici non proviene «dalla carne e dal sangue», cioè dalle sue capacità umane, ma da una particolare rivelazione di Dio Padre. Invece subito dopo, quando Gesù preannuncia la sua passione, morte e risurrezione, Simon Pietro reagisce proprio a partire da «carne e sangue»: egli «si mise a rimproverare il Signore: … questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù a sua volta replicò: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo...» (v. 23). Il discepolo che, per dono di Dio, può diventare solida roccia, si manifesta anche per quello che è, nella sua debolezza umana: una pietra sulla strada, una pietra in cui si può inciampare – in greco skandalon. Appare qui evidente la tensione che esiste tra il dono che proviene dal Signore e le capacità umane; e in questa scena tra Gesù e Simon Pietro vediamo in qualche modo anticipato il dramma della storia dello stesso papato, caratterizzata proprio dalla compresenza di questi due elementi: da una parte, grazie alla luce e alla forza che vengono dall’alto, il papato costituisce il fondamento della Chiesa pellegrina nel tempo; dall’altra, lungo i secoli emerge anche la debolezza degli uomini, che solo l’apertura all’azione di Dio può trasformare.

E nel Vangelo di oggi emerge con forza la chiara promessa di Gesù: «le porte degli inferi», cioè le forze del male, non potranno avere il sopravvento, «non praevalebunt». Viene alla mente il racconto della vocazione del profeta Geremia, al quale il Signore, affidando la missione, disse: «Ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno - non praevalebunt -, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,18-19). In realtà, la promessa che Gesù fa a Pietro è ancora più grande di quelle fatte agli antichi profeti: questi, infatti, erano minacciati solo dai nemici umani, mentre Pietro dovrà essere difeso dalle «porte degli inferi», dal potere distruttivo del male. Geremia riceve una promessa che riguarda lui come persona e il suo ministero profetico; Pietro viene rassicurato riguardo al futuro della Chiesa, della nuova comunità fondata da Gesù Cristo e che si estende a tutti i tempi, al di là dell’esistenza personale di Pietro stesso.

Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio.

Nel capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, dedicato alla vita della comunità ecclesiale, troviamo un altro detto di Gesù rivolto ai discepoli: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18). E san Giovanni, nel racconto dell’apparizione di Cristo risorto in mezzo agli Apostoli alla sera di Pasqua, riporta questa parola del Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Alla luce di questi parallelismi, appare chiaramente che l’autorità di sciogliere e di legare consiste nel potere di rimettere i peccati. E questa grazia, che toglie energia alle forze del caos e del male, è nel cuore del mistero e del ministero della Chiesa. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori che si debbono riconoscere bisognosi dell’amore di Dio, bisognosi di essere purificati attraverso la Croce di Gesù Cristo. I detti di Gesù sull’autorità di Pietro e degli Apostoli lasciano trasparire proprio che il potere di Dio è l’amore, l’amore che irradia la sua luce dal Calvario. Così possiamo anche comprendere perché, nel racconto evangelico, alla confessione di fede di Pietro fa seguito immediatamente il primo annuncio della passione: in effetti, Gesù con la sua morte ha vinto le potenze degli inferi, nel suo sangue ha riversato sul mondo un fiume immenso di misericordia, che irriga con le sue acque risanatrici l’umanità intera.

Cari fratelli, come ricordavo all’inizio, la tradizione iconografica raffigura san Paolo con la spada, e noi sappiamo che questa rappresenta lo strumento con cui egli fu ucciso. Leggendo, però, gli scritti dell’Apostolo delle genti, scopriamo che l’immagine della spada si riferisce a tutta la sua missione di evangelizzatore. Egli, ad esempio, sentendo avvicinarsi la morte, scrive a Timoteo: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). Non certo la battaglia di un condottiero, ma quella di un annunciatore della Parola di Dio, fedele a Cristo e alla sua Chiesa, a cui ha dato tutto se stesso. E proprio per questo il Signore gli ha donato la corona di gloria e lo ha posto, insieme con Pietro, quale colonna nell’edificio spirituale della Chiesa.

Cari Metropoliti: il Pallio che vi ho conferito vi ricorderà sempre che siete stati costituiti nel e per il grande mistero di comunione che è la Chiesa, edificio spirituale costruito su Cristo pietra angolare e, nella sua dimensione terrena e storica, sulla roccia di Pietro. Animati da questa certezza, sentiamoci tutti insieme cooperatori della verità, la quale – sappiamo – è una e «sinfonica», e richiede da ciascuno di noi e dalle nostre comunità l’impegno costante della conversione all’unico Signore nella grazia dell’unico Spirito. Ci guidi e ci accompagni sempre nel cammino della fede e della carità la Santa Madre di Dio. Regina degli Apostoli, prega per noi!
Amen.



Video vaticano dell'Omelia del Santo Padre : http://player.rv.va/vaticanplayer.asp?language=it&tic=VA_UMOTGE43

giovedì 7 giugno 2012

BENEDETTO XVI : OMELIA ( MONUMENTALE) NELLA FESTA DEL CORPUS DOMINI 2012. AD PERPETUAM REI MEMORIAM !



OMELIA DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 7 giugno 2012

Cari fratelli e sorelle!
Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità.
E’ importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato.
Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento.
E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine.
Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio.
Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio. In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare.
Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli.
Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali.
E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana. In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra.
E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore.
L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre.
A questo proposito, mi piace sottolineare l’esperienza che vivremo anche stasera insieme.
Nel momento dell’adorazione, noi siamo tutti sullo stesso piano, in ginocchio davanti al Sacramento dell’Amore.
Il sacerdozio comune e quello ministeriale si trovano accomunati nel culto eucaristico.
E’ un’esperienza molto bella e significativa, che abbiamo vissuto diverse volte nella Basilica di San Pietro, e anche nelle indimenticabili veglie con i giovani – ricordo ad esempio quelle di Colonia, Londra, Zagabria, Madrid.
E’ evidente a tutti che questi momenti di veglia eucaristica preparano la celebrazione della Santa Messa, preparano i cuori all’incontro, così che questo risulta anche più fruttuoso.
Stare tutti in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento, è una delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, che si accompagna in modo complementare con quella di celebrare l’Eucaristia, ascoltando la Parola di Dio, cantando, accostandosi insieme alla mensa del Pane di vita. Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme.
Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale.
E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale. Invece, nella vera comunione, preparata dal colloquio della preghiera e della vita, noi possiamo dire al Signore parole di confidenza, come quelle risuonate poco fa nel Salmo responsoriale: «Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: / tu hai spezzato le mie catene. / A te offrirò un sacrificio di ringraziamento / e invocherò il nome del Signore» (Sal 115,16-17). Ora vorrei passare brevemente al secondo aspetto: la sacralità dell’Eucaristia.
Anche qui abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura.
La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. E’ vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale. E tuttavia da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo, Amore divino incarnato.
La Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato questa sera nella seconda Lettura, ci parla proprio della novità del sacerdozio di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), ma non dice che il sacerdozio sia finito.
Cristo «è mediatore di un’alleanza nuova» (Eb 9,15), stabilita nel suo sangue, che purifica «la nostra coscienza dalle opere di morte» (Eb 9,14). Egli non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio (cfr Ap 21,22).
Grazie a Cristo, la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente!
Non basta l’osservanza rituale, ma si richiede la purificazione del cuore e il coinvolgimento della vita.
Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni.
Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita.
Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro.
Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso.
Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo. Amen.

giovedì 24 maggio 2012

ETTORE GOTTI TEDESCHI, ONESTO PRESIDENTE DELLO IOR, SI E’ DIMESSO ! LA CHIESA ATTUALE E’ COME UNA BARCA : C’E’ CHI REMA DA UNA PARTE E CHI DALLA PARTE OPPOSTA. C’E’ ANCHE CHI, IN ATTESA DI VEDERE COME FINIRA’, STA A GUARDARE IN SILENZIO...


Nel giorno della festa di Maria Santissima, Ausilio dei Cristiani, istituita da Pio VII dopo la sua liberazione dalla prigionia napoleonica, preghiamo per Papa Benedetto XVI.
Questo è  un giorno certamente amaro per il Santo Padre perchè che ha dovuto prendere atto delle dimissioni del Presidente dello IOR  Dott. Professor Ettore Gotti Tedeschi, universalmente apprezzato ed ammirato per la sua limpidezza e l'  alto profilo morale e professionale.
Sappiamo  che il Papa ha sempre riposto piena fiducia nella persona e nell'operato del Prof. Gotti Tedeschi che possiede  le virtù morali e gestionali   che si addicono ad  un operatore finanziario cattolico . 
Il Papa stesso, nauseato dagli innumerevoli scandali che dalla fine del Concilio Vaticano II avevano infangato anche la finanza vaticana, promulgò il   Motu Proprio PER LA PREVENZIONE ED IL CONTRASTO DELLE ATTIVITÀ ILLEGALI IN CAMPO FINANZIARIO E MONETARIO .
Grazie alla grande opera di ripulitura della Chiesa il Successore di Pietro continua a portare alta  la Croce di Cristo, da cui viene la nostra salvezza,  fra gli insulti , la  gogna mediatica e il sistematico tradimento dei chierici .
Ecco alcune STAZIONI della Via Crucis-Pontificato di Benedetto XVI.
-          PRIMA STAZIONE :  La nomina ad Arcivescovo di Varsavia di S.E.R. Mons. Stanislaw Wielgus che, a cose fatte , stampa e Confratelli nell’Episcopato avevano additato, "dimenticandosi" di avvertire preventivamente il Papa, come un “collaborazionista” del crudele e perverso regime comunista che perseguitò la Chiesa Polacca;
-          SECONDA STAZIONE La cosiddetta questione” Ratisbona vigliaccamente montata, ad hoc, da alcuni organi di stampa occidentali, che provocarono le reazioni violente da parte degli islamici contro i cristiani;
-          TERZA STAZIONE L’accettazione delle dimissioni, prima dell’ordinazione episcopale, provocate dal popolo aizzato dai mass media e dal clero progressista,  di  Mons. Gerhard Wagner , eletto regolarmente Vescovo Ausiliare di Linz, una delle  Diocesi più progressiste austriache;
-           QUARTA STAZIONE La trappola, mediaticamente perfetta, dell’intervista furbescamente estorta ad uno dei quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fatta esplodere nei giorni in cui la Santa Sede ha ritirato la loro scomunica a cui erano incorsi a causa dell'illegittimità della consacrazione episcopale;
-          QUINTA STAZIONE Le dichiarazioni sull’uso del condom scatenanti, grazie alla campagna mediatica, valanghe di ridicole “richieste di spiegazioni ufficiali” da parte delle Cancellerie di mezzo mondo ( occidentale );
-          SESTA STAZIONE Le “bombe” dei cosiddetti “preti pedofili” regolarmente fatte esplodere simultaneamente in tutto il mondo e che hanno  provocato in breve tempo, il ribaltamento dell’immagine millenaria del Sacerdozio Cattolico, già gravemente sfigurata a causa delle "novità" e delle "aperture al mondo" post.conciliari;
-          SETTIMA STAZIONE La diffusione, a più riprese, di diversi documenti sottratti alla Santa Sede con la colpevolissima collaborazione di Prelati con l’intento di  aumentare la sfiducia negli apparati vaticani e nel papato;
-          OTTAVA STAZIONE Le dimissioni, certamente sognate  da qualche potentato prelatizio , dell’integerrimo Presidente dello IOR, il sullodato Professore Ettore Gotti Tedeschi. Vogliamo scommettere che  sarà nominato il solito ... figlioccio ( "amico" dei poteri forti mondialisti ... ) che certamente darà prova di non amare la forte opera di pulizia del suo predecessore ?...
Analizzando sommariamente le OTTO STAZIONI della Via Crucis-Pontificato di Benedetto XVI ben SEI sono state abilmente confezionate da apparati interni della Chiesa ( tradotto : Prelati, strutture ecclesiali, preti ecc ecc )
 UNA , l’affare Ratisbona, forse è stata provocata dalla superficiale negligenza e superficialità del portavoce della Sala Stampa Vaticana, P. Federico Lombardi S.J., opportunamente messo all'erta della trappola mediatica che taluni organi di stampa avrebbero orchestrato attraverso l' adulterazione delle "note storiche e letterarie" inserite nella lectio papale e poi trasfomate come pensiero diretto del Papa.
La situazione attuale è pesante :  sta diminuendo sensibilmente la fiducia dei fedeli nel pur sgangherato apparato curiale vaticano e nel papato !
L'immagine, anche questa frutto di un'abile manovra mediatica, di un Papa anziano , isolato e dedito agli studi teologici sta prendendo piede anche nei circoli cattolici...
In questo stato di crescente sfiducia nella Curia sorgerà il “Grillo”  di turno … e voilà … la frittata sarà fatta a danno delle Fede e della conseguente salvezza delle anime.
Sul blog MiL un fedele aveva scritto : “ … Sul fatto di rivolgersi in Vaticano per risolvere i problemi, avendo letto quasi interamente l'ultimo libro di … ( CENSURA N.d.R.)  mi son fatto l'idea che, visto la gentaglia e i metodi che lì usano, è meglio stare alla larga !!!"
Secca una replica : No ! No ! No !    Dobbiamo al contrario, raddoppiare anzi centuplicare la fiducia, che è una virtù cristiana, anche  nelle strutture vaticane che, pur essendo umanamente fallace, sono espressioni della fede Cattolica, Apostolica e Romana.    
La trasmutazione dello  "stile" dei "grillini" ( della politica italiana ) nella Chiesa provocherebbe un danno irreversibile per la Fede ! 

Chi scrive ha subito, a più riprese, diverse persecuzioni a causa delle proprie scelte a favore dell'immutabile tradizione ma non ha MAI perso, neppure per un istante, di riporre fiducia  nelle strutture curiali vaticane” !
Alla vigilia della Santissima Pentecoste invochiamo lo Spirito Santo  affinchè illumini e purifichi la Mistica Sposa di Cristo Signore per renderLa degna di entrare, pura e splendente, nella stanza del Re.
Andrea Carradori

AGGIORNAMENTO
Alessandro, un giovane universitario, mi fa notare che : "  Mancano almeno 2 stazioni: la prima è la contestazione del gennaio 2008 per l'invito alla Sapienza; la seconda è la reintroduzione della mozzetta con pelliccia di ermellino. Quest'ultima potrà sembrare banale, ma ricordo che all'epoca tutti ne rimasero scandalizzati. Non ne potevo più di sentire insultare il papa come "retrogrado", come colui che "non valeva nulla in confronto a GPII", come incoerente dal momento che "Gesù non si sarebbe mai messo la pelliccia di ermellino".
A questo punto potrei anche parlare di tiare e mitre... ma non lo farò, per ora. 

AGGIORNAMENTO 2 
Le agenzie di stampa stanno battendo la notizia dell'arresto di un maggiordomo del Papa indicato, come nei romanzetti di un tempo, come il  responsabile del furto e della divulgazione  delle carte riservate al Papa. 
SARA' VERO ?
DOBBIAMO SPERARE CHE SARA' VERO ???

 http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20120525_00235.shtml