martedì 8 gennaio 2013

Fermo : offre la propria agonia al Signore per salvare una persona posseduta da una «malattia spirituale». E ci riesce.

Parla la badessa del Monastero delle monache benedettine di Fermo, nelle Marche

Prega e offre la propria agonia al Signore per salvare una persona posseduta da una «malattia spirituale». E ci riesce. La protagonista di questa storia è suor M. Raffaella Strovegli del Monastero di clausura delle Monache benedettine di Fermo (Marche). L’episodio è avvenuto nella primavera del 2009, ma è stato reso noto solo in queste settimane.

Lo racconta a Vatican Insider la badessa del Monastero madre Maria Cecilia Borrelli, in un’intervista nella quale si affronta anche il tema della clausura e della vita contemplativa.

Suor Raffaella Strovegli, San Pio da Pietrelcina e un uomo sconosciuto…

«Alla porta del Monastero arriva una coppia affranta che bussa al nostro cuore per una preghiera forte a favore di un parente affetto da una malattia spirituale. Detto, fatto: un biglietto col nome del “paziente” è affisso alla bacheca “orante”, strapiena di mille intenzioni. La comunità si attiva da subito, sollecitata dall’sos “accorato” dei due “barellieri”. Il gruppo delle anziane - esperto in materia - si dà da fare in modo particolare; suor Raffaella, che ne fa parte, mi chiede sempre come sta quella persona, nell’attesa trepidante di una lieta notizia che arriva domenica 19 aprile 2009, giorno antecedente la sua morte avvenuta - dopo oltre un mese di ricovero ospedaliero - la sera del 20 aprile, appena terminato il primo versetto del salmo 32 pregato insieme “Esultate, giusti nel Signore, ai retti si addice la lode”. La notte stessa, quella persona liberata e toccata dalla grazia, sogna padre Pio che gli dice di recarsi presso il nostro Monastero per ringraziarci delle preghiere che gli hanno ottenuto la guarigione, ma in modo particolare suor Raffaella che il Signore aveva appena chiamato a Sé. Di buon mattino, vediamo entrare nella nostra cappella un giovane dal viso sconvolto che si guarda attorno come in cerca di qualcosa, di qualcuno. “Chi è?”: ognuna di noi si chiede. Non lo conosciamo, ma l’osserviamo. Questi si accorge all’improvviso che nel mezzo del coro monastico c’è una bara, si avvicina, s’inginocchia, chiede il nome della defunta, piange, resta a lungo in preghiera. Avvicinatolo, mi racconta tutta la storia che ho appena trasmesso: un nome prende un volto!».

Quali sono le riflessioni, i ragionamenti e i pensieri che Le ha suscitato questo avvenimento?

«Tutto quanto detto sopra conferma che la vita nascosta in Dio nelle mura di un Monastero è davvero donata “per gli altri”; anche quando l’età avanza, le forze vengono meno, si è costretti su una sedia a rotelle - come nel caso della nostra cara suor Raffaella - si è in servizio “a tempo pieno” in un altro modo, non meno fecondo!».

«Rinchiudersi» in un monastero di clausura: è deprimente e noioso come molti pensano?

«Nel Monastero c’è quanto è necessario, non di più! “Il di più” ci distrae da Dio. Il godimento e l’apprezzamento delle cose che ci vengono date aumentano nella misura in cui abbiamo consapevolezza che ogni cosa ci viene affidata da Dio e non ne siamo padroni. Che libertà! Ecco perché la dimensione della gioia è una nostra caratteristica: quando non si è schiavi delle cose, si ha la gioia della libertà».

Qual è il senso della vita contemplativa?

«La nostra vita è un tuffo continuo nei salmi nei quali troviamo noi stesse il positivo e il negativo. Ogni volta che si prega col cuore, la giornata acquista una qualità e un gusto diversi. La “regola” benedettina dice che pregare è lavorare, è vivere, è amare. Il Monastero, allora, diventa come un faro nella “notte” del cuore umano, proiettando la luce di Cristo che indica la rotta».

Domenico Agasso jr
Torino

La foto  dal blog del Monastero ( dove pure è narrata la storia ripresa da Vatican Insider )

8 gennaio 1894 nasceva San Massimiliano Maria Kolbe


L'8 gennaio 1894, a Zdnuska Wola nasceva Raimondo Kolbe, il futuro San Massimiliano, fondatore il 16 ottobre 1917 della Milizia dell'Immacolata.
Ringraziamo Dio, per il dono della Consacrazione all' Immacolata scaturito dalle ispirazioni profetiche di San Massimiliano e dal suo amore senza limiti verso la Madre di Nostro Signore Gesù Cristo, Corredentrice dell' umanità.
Ringraziamo anche per l'opera che svolgono nella Chiesa, con umiltà e con grande abnegazione, i Francescani dell'Immacolata che lo hanno come Patrono e ispiratore. 
"Ho riflettuto più volte sul fatto che Gesù, nel formare i suoi apostoli, non si basava sulle punizioni, ma piuttosto li formava con il cuore" (SK 950). 
San Massimiliano Maria Kolbe

Così l'ottimo sito Santi e Beati parla del grande Martire Francescano : 
Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava
la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. 
Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.





Foto : Il Coro dei Francescani dell'Immacolata del Convento-seminario di Sassoferrato ( AN ) che ha cantato il 5 gennaio 2013 nella Basilica di San Nicola a Tolentino.




lunedì 7 gennaio 2013

С Рождеством Христовым !



Дорогие Друзья!
В светлый вечер Рождества Христова
От души хочу вам пожелать,
Чтоб красивы были и здоровы,
И с улыбкой каждый день встречать.
Чтобы в адрес ваш всегда звучали
Самые прекрасные слова.
Чтобы все сбылось, о чем мечтали,
В этот светлый праздник Рождества!

С Рождеством!

Buon Santo Natale ai fratelli e alle sorelle che, seguendo il calendario giuliano, oggi festeggiano con la gioia nel cuore la venuta nel mondo nel nostro Divino Redentore Cristo Gesù !

sabato 5 gennaio 2013

Mons.Georg Ganswein ordinato Vescovo nella festa dell'Epifania di Nostro Signore


Image by © Alessandra Benedetti/Corbis













06 Jan 2013, Rome, Italy --- Pope Benedict XVI celebrates a mass on the occasion of Epiphany in St. Peter's Basilica at the Vatican. The pontiff also ordained 4 new Bishops rewarding his longtime personal secretary Monsignor Georg Gänswein. --- Image by © Alessandra Benedetti/Corbis




Il Santo Padre Benedetto XVI ha officiato oggi Solennità dell'Epifania di Nostro Signore la Santa Messa Pontificale alle 9.00 nella Basilica di San Pietro durante la quale ha ordinato quattro nuovi vescovi: mons. Georg Ganswein, suo segretario particolare e prefetto della Casa Pontificia, mons. Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, e i Nunzi Apostolici Mons. Fortunatus Nwachukwu e Mons. Nicolas Thevenin,  nominato ieri rappresentante del Papa in Guatemala.
Accompagniamo con la preghiera questi nuovi successori degli Apostoli  augurandoci che presto Sua Eccellenza l'Arcivescovo Mons.Georg Ganswein,  titolare di Urbisaglia - che si trova nel territorio della Diocesi di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli e Treia - possa donarci la gioia di una sua celebrazione nella Collegiata di San Lorenzo Martire che festeggia il secondo centenario della costruzione.
Il Vescovo Diocesano Mons.Claudio Giuliodori nel congratularsi prontamente con il suo nuovo Confratello nell'Ordine Episcopale ha invitato Mons.George a fare il suo "ingresso" nell'antica sede  di Urbisaglia  di cui è Titolare.
La composizione fotografica con lo stemma episcopale (c) kath.net


Lo stemma Episcopale di S.E.R.Mons. Mons. Georg Gänswein
"Lo stemma è diviso in due parti: sulla sinistra, la riproduzione esatta dello stemma di Benedetto XVI – la conchiglia di Sant’Agostino, l’orso di San Corbiniano e il moro incoronato dello stemma dei vescovi di Frisinga, che per Ratzinger era espressione dell’universalità della Chiesa; sulla destra il drago in campo azzurro con la stella. Il campo azzurro con la stella di Betlemme è un chiaro riferimento mariano. Il drago è usato in araldica per rappresentare la fedeltà, la vigilanza e il valore militare. Ma in araldica ecclesiastica ricorda il drago contro cui combatté San Giorgio. Il drago sputa fuoco verso la “casa “ del Papa, ma viene trafitto da una lancia che proviene dalla stella di Betlemme. Il motto è “Testimonium perhibere veritati”, -Rendere testimonianza alla verità-”. 

La Collegiata di San Lorenzo Martire di Urbisaglia

La diocesi di Urbisaglia (in latino: Dioecesis Urbis Salviae) è una sede soppressa e sede titolare della Chiesa cattolica. 
Urbisaglia è un'antica sede episcopale delle Marche, nota ai Romani con il nome di Urbs Salvia.
Di questa diocesi non è stato tramandato il nome di alcun vescovo. 

L'attribuzione di Lampadio, tra i firmatari del sinodo romano del 499, alla sede di Urbisaglia è messa in dubbio dal fatto che con la discesa di Alarico fra il 408 ed il 409 la città fu completamente devastata e distrutta: difficile dunque che potesse sussistere una comunità cristiana. 
Oggi Urbisaglia sopravvive come sede vescovile titolare, l'attuale arcivescovo titolare è appunto mons. Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia nominato da papa Benedetto XVI.
 
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Dall'Omelia del Santo Padre Benedetto XVI nella solennità dell'Epifania ( 2013 )
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Seguendo una tradizione iniziata dal Beato Papa Giovanni Paolo II, celebriamo la festa dell’Epifania anche quale giorno dell’Ordinazione episcopale per quattro sacerdoti che d’ora in poi, in funzioni diverse, collaboreranno al Ministero del Papa per l’unità dell’unica Chiesa di Gesù Cristo nella pluralità delle Chiese particolari. Il nesso tra questa Ordinazione episcopale e il tema del pellegrinaggio dei popoli verso Gesù Cristo è evidente. 
Il Vescovo ha il compito non solo di camminare in questo pellegrinaggio insieme con gli altri, ma di precedere e di indicare la strada. 
Vorrei, però, in questa liturgia, riflettere con voi ancora su una domanda più concreta. In base alla storia raccontata da Matteo possiamo sicuramente farci una certa idea di quale tipo di uomini debbano essere stati coloro che, in seguito al segno della stella, si sono incamminati per trovare quel Re che, non soltanto per Israele, ma per l’umanità intera avrebbe fondato una nuova specie di regalità. Che tipo di uomini, dunque, erano costoro? 
E domandiamoci anche se, malgrado la differenza dei tempi e dei compiti, a partire da loro si possa intravedere qualcosa su che cosa sia il Vescovo e su come egli debba adempiere il suo compito.
Gli uomini che allora partirono verso l’ignoto erano, in ogni caso, uomini dal cuore inquieto. Uomini spinti dalla ricerca inquieta di Dio e della salvezza del mondo. 
Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale forse considerevole. Erano alla ricerca della realtà più grande. Erano forse uomini dotti che avevano una grande conoscenza degli astri e probabilmente disponevano anche di una formazione filosofica. Ma non volevano soltanto sapere tante cose. Volevano sapere soprattutto la cosa essenziale. Volevano sapere come si possa riuscire ad essere persona umana. E per questo volevano sapere se Dio esista, dove e come Egli sia. 
Se Egli si curi di noi e come noi possiamo incontrarlo. 
Volevano non soltanto sapere. Volevano riconoscere la verità su di noi, e su Dio e il mondo. 
Il loro pellegrinaggio esteriore era espressione del loro essere interiormente in cammino, dell’interiore pellegrinaggio del loro cuore. 
Erano uomini che cercavano Dio e, in definitiva, erano in cammino verso di Lui. Erano ricercatori di Dio.
Ma con ciò giungiamo alla domanda: come dev’essere un uomo a cui si impongono le mani per l’Ordinazione episcopale nella Chiesa di Gesù Cristo? 
Possiamo dire: egli deve soprattutto essere un uomo il cui interesse è rivolto verso Dio, perché solo allora egli si interessa veramente anche degli uomini. Potremmo dirlo anche inversamente: un Vescovo dev’essere un uomo a cui gli uomini stanno a cuore, che è toccato dalle vicende degli uomini. Dev’essere un uomo per gli altri. Ma può esserlo veramente soltanto se è un uomo conquistato da Dio. Se per lui l’inquietudine verso Dio è diventata un’inquietudine per la sua creatura, l’uomo. Come i Magi d’Oriente, anche un Vescovo non dev’essere uno che esercita solamente il suo mestiere e non vuole altro. No, egli dev’essere preso dall’inquietudine di Dio per gli uomini. Deve, per così dire, pensare e sentire insieme con Dio. Non è solo l’uomo ad avere in sé l’inquietudine costitutiva verso Dio, ma questa inquietudine è una partecipazione all’inquietudine di Dio per noi. Poiché Dio è inquieto nei nostri confronti, Egli ci segue fin nella mangiatoia, fino alla Croce. “Cercandomi ti sedesti stanco, mi hai redento con il supplizio della Croce: che tanto sforzo non sia vano!”, prega la Chiesa nel Dies irae. L’inquietudine dell’uomo verso Dio e, a partire da essa, l’inquietudine di Dio verso l’uomo devono non dar pace al Vescovo. È questo che intendiamo quando diciamo che il Vescovo dev’essere soprattutto un uomo di fede. Perché la fede non è altro che l’essere interiormente toccati da Dio, una condizione che ci conduce sulla via della vita. 
La fede ci tira dentro uno stato in cui siamo presi dall’inquietudine di Dio e fa di noi dei pellegrini che interiormente sono in cammino verso il vero Re del mondo e verso la sua promessa di giustizia, di verità e di amore. In questo pellegrinaggio, il Vescovo deve precedere, dev’essere colui che indica agli uomini la strada verso la fede, la speranza e l’amore.
Il pellegrinaggio interiore della fede verso Dio si svolge soprattutto nella preghiera. Sant’Agostino ha detto una volta che la preghiera, in ultima analisi, non sarebbe altro che l’attualizzazione e la radicalizzazione del nostro desiderio di Dio. 
Al posto della parola “desiderio” potremmo mettere anche la parola “inquietudine” e dire che la preghiera vuole strapparci alla nostra falsa comodità, al nostro essere chiusi nelle realtà materiali, visibili e trasmetterci l’inquietudine verso Dio, rendendoci proprio così anche aperti e inquieti gli uni per gli altri. 
Il Vescovo, come pellegrino di Dio, dev’essere soprattutto un uomo che prega. Deve essere in un permanente contatto interiore con Dio; la sua anima dev’essere largamente aperta verso Dio. 
Le sue difficoltà e quelle degli altri, come anche le sue gioie e quelle degli altri le deve portare a Dio, e così, a modo suo, stabilire il contatto tra Dio e il mondo nella comunione con Cristo, affinché la luce di Cristo splenda nel mondo.
Torniamo ai Magi d’Oriente. Questi erano anche e soprattutto uomini che avevano coraggio, il coraggio e l’umiltà della fede. Ci voleva del coraggio per accogliere il segno della stella come un ordine di partire, per uscire – verso l’ignoto, l’incerto, su vie sulle quali c’erano molteplici pericoli in agguato. Possiamo immaginare che la decisione di questi uomini abbia suscitato derisione: la beffa dei realisti che potevano soltanto deridere le fantasticherie di questi uomini. Chi partiva su promesse così incerte, rischiando tutto, poteva apparire soltanto ridicolo. Ma per questi uomini toccati interiormente da Dio, la via secondo le indicazioni divine era più importante dell’opinione della gente. 
La ricerca della verità era per loro più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente.
Come non pensare, in una tale situazione, al compito di un Vescovo nel nostro tempo? 
L’umiltà della fede, del credere insieme con la fede della Chiesa di tutti i tempi, si troverà ripetutamente in conflitto con l’intelligenza dominante di coloro che si attengono a ciò che apparentemente è sicuro. Chi vive e annuncia la fede della Chiesa, in molti punti non è conforme alle opinioni dominanti proprio anche nel nostro tempo. L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri. 
Perciò, il coraggio di contraddire gli orientamenti dominanti è oggi particolarmente pressante per un Vescovo. Egli dev’essere valoroso. 
E tale valore o fortezza non consiste nel colpire con violenza, nell’aggressività, ma nel lasciarsi colpire e nel tenere testa ai criteri delle opinioni dominanti. Il coraggio di restare fermamente con la verità è inevitabilmente richiesto a coloro che il Signore manda come agnelli in mezzo ai lupi. “Chi teme il Signore non ha paura di nulla”, dice il Siracide (34,16). Il timore di Dio libera dal timore degli uomini. Rende liberi!
In questo contesto mi viene in mente un episodio degli inizi del cristianesimo che san Luca narra negli Atti degli Apostoli. Dopo il discorso di Gamaliele, che sconsigliava la violenza verso la comunità nascente dei credenti in Gesù, il sinedrio chiamò gli Apostoli e li fece flagellare. 
Poi proibì loro di predicare nel nome di Gesù e li rimise in libertà. San Luca continua: “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno … non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo” (At 5,40ss). Anche i successori degli Apostoli devono attendersi di essere ripetutamente percossi, in maniera moderna, se non cessano di annunciare in modo udibile e comprensibile il Vangelo di Gesù Cristo. 
E allora possono essere lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per Lui. Naturalmente vogliamo, come gli Apostoli, convincere la gente e, in questo senso, ottenerne l’approvazione. 
Naturalmente non provochiamo, ma tutt’al contrario invitiamo tutti ad entrare nella gioia della verità che indica la strada. 
L’approvazione delle opinioni dominanti, però, non è il criterio a cui ci sottomettiamo. Il criterio è Lui stesso: il Signore. 
Se difendiamo la sua causa, conquisteremo, grazie a Dio, sempre di nuovo persone per la via del Vangelo. 
Ma inevitabilmente saremo anche percossi da coloro che, con la loro vita, sono in contrasto col Vangelo, e allora possiamo essere grati di essere giudicati degni di partecipare alla Passione di Cristo.
I Magi hanno seguito la stella, e così sono giunti fino a Gesù, alla grande Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr Gv 1,9). Come pellegrini della fede, i Magi sono diventati essi stessi stelle che brillano nel cielo della storia e ci indicano la strada. 
I santi sono le vere costellazioni di Dio, che illuminano le notti di questo mondo e ci guidano. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, ha detto ai suoi fedeli che devono risplendere come astri nel mondo (cfr 2,15).
Cari amici, ciò riguarda anche noi. Ciò riguarda soprattutto voi che, in quest’ora, sarete ordinati Vescovi della Chiesa di Gesù Cristo. Se vivrete con Cristo, a Lui nuovamente legati nel Sacramento, allora anche voi diventerete sapienti. Allora diventerete astri che precedono gli uomini e indicano loro la via giusta della vita. In quest’ora noi tutti qui preghiamo per voi, affinché il Signore vi ricolmi con la luce della fede e dell’amore. 
Affinché quell’inquietudine di Dio per l’uomo vi tocchi, perché tutti sperimentino la sua vicinanza e ricevano il dono della sua gioia. Preghiamo per voi, affinché il Signore vi doni sempre il coraggio e l’umiltà della fede. Preghiamo Maria che ha mostrato ai Magi il nuovo Re del mondo (Mt 2,11), affinché ella, quale Madre amorevole, mostri Gesù Cristo anche a voi e vi aiuti ad essere indicatori della strada che porta a Lui. Amen.
 

NOVERITIS 2013





Mi scuso per le correzioni fatte a penna .


venerdì 4 gennaio 2013

Calendario interreligioso 2013 della Jesus e di Bose. Lo porto in dono ai miei amici ebrei e islamici.


E' uscito " l'atteso " ( ???)  “calendario interreligioso 2013 : i giorni del dialogo" che  quest'anno è stato edito da ben tre organizzazioni cattoliche: i Paolini di Jesus, il Monastero di Bose e i Gesuiti di Popoli.
Per il secondo anno consecutivo il calendario  riporta le festività cristiane, ebraiche e musulmane. 

All'iniziativa mondana - cioè del mondo -  si sono aggiunti i Padri Gesuiti , i figli di Sant'Ignazio,  che non potevano mancare considerato il "successo" della precedente edizione .
Immaginiamo solo per un momento ( ma solo per un attimo !!!  ) che io mi presenti in casa dei miei aristocraticissimi amici ebrei con il  calendario interreligioso 2013 : i giorni del dialogo".
Quale potrebbe essere la reazione da parte di quegli amici che appartengono ad una classe “superiore” ?
In mia presenza , dopo aver sfoderato un rituale ed asettico sorriso e sfogliata qualche pagina, archivierebbero il calendario in un angolo del tavolinetto del salotto.
Posso facilmente immaginare la fine che gli sarà successivamente riservata dopo che l’avranno visionato per intero : tritato dal "distruggi-documenti" . L'equivalente della fucilazione al posto dell'impiccagione.
Ora mi dirigo per un’altra strada.
Io vado a trovare uno dei tanti amici musulmani ( di cui immiro  la coerenza ).
A differenza degli amici ebrei essi non sono ne’ aristocratici e neppure istruiti : appartengono cioè ai popoli dell' immigrazione che vivono nelle nostre accoglienti contrade in modo dignitoso giustamente  fieri delle loro origini e delle loro tradizioni.
Cerco di immaginare la scena mentre io cerco di regalare il " calendario intereligioso 2013 i giorni del dialogo ".
Debbo fare però tre distinzioni.
- S. pakistano non prenderà neppure in mano il calendario anzi inizierà a pronunciare a voce alta, come una specie di litania, il suo “credo” … ( tanto per cacciar via dalla mente cattivi pensieri …)
- P. senegalese fra una risata e l’altra  lo accetterà ma solo apparentemente. Constatato poi che all’interno del calendario non si sono , forse, foto di donnine nude … lo cestinerà impietosamente.
- M marocchino già vede avvicinarsi “l’affare”. Accetterà con un sorriso il dono, quasi una grande  concessione da parte sua, ma “in cambio” mi chiederà un favore …
Potrei portare il calendario rifiutato dal mio amico pakistano al ristorante macrobiotico.
Sono anni infatti che essi espongono un calendario simile ( comprendente anche tante altre religioni orientali). 
Ma, pur essendo tesserato, quando avranno letto che il calendario appartiene ad alcune organizzazioni cattoliche sarà sicurissimamente rifiutato.
Chi saranno allora coloro che acquisteranno il calendario interreligioso 2013 di cui sopra ?
- I Parroci, i Preti e i responsabili di uffici di Curia che, con  la minaccia di  denuncia  per un'eccessiva tifoseria per le sole feste cristiane,  dovranno comprarlo
- gli schiavi ( cioè i professori di religione )
- i catechisti
- i parroci
- i carrieristi ecclesiastici  i quali esponendo il calendario nel proprio ufficio riceveranno adeguata sponsorizzazione ai loro desiderata da parte dei potenti di turno.  

In chiusura un consiglio alla triplice, Jesus, Popoli e Bose, che sicuramente non ascolteranno,  di risparmiate i soldi, anche se ne avete tanti, per altre cose magari per l'assistenza a coloro che non hanno lavoro  !
Andrea Carradori


mercoledì 2 gennaio 2013

Sei anni fa si spegneva prematuramente il grande liturgista don Franco Quex.


Era giovane e pieno di vita, traboccante di entusiasmo e di amore a Gesù, coltissimo, affascinante... E Dio, geloso di lui, se l’è preso con se a 39 anni, martedì 2 gennaio 2007, festa del Nome di Gesù. Un cancro implacabile lo ha consumato, nonostante la giovane età.
Don Franck Quoex, della diocesi di Vaduz (Liechtenstein), era, prima di tutto, per quelli che ebbero l’onore di avvicinarlo, un prete di grande delicatezza, elegante e discreto, fedele all’amicizia, di una gentilezza squisita. Soprattutto era un liturgista incomparabile della Liturgia romana tradizionale, della sua storia e del suo cerimoniale, un professore ricercato e oggi rimpianto. La sua breve vita era tutta incentrata sulla Liturgia.

Giorni brevi, intensi
Nato il 21 giugno 1967 a Bonneville in Alta-Savoia, da un’antica famiglia, amava definirsi più savoiardo che francese, segno della sua duplice cultura, il meglio della Francia e dell’Italia. 
Nel 1989, raggiunge il giovane Istituto di Cristo-Re, Sommo Sacerdote, prima a Moissac, poi a Gricigliano (Firenze). 
Di questo Istituto, sarà l’emblematico cerimoniere e professore di Liturgia.
Il 21 giugno 1992, a 25 anni, è ordinato sacerdote, secondo il rito tridentino, dal Cardinal Pietro Palazzini. Cominicia allora i suoi studi di teologia all’Angelicum a Roma, assicurando insieme il ministero pastorale nella Città eterna, città che più di ogni altra era cara al suo cuore, che sarà la passione della sua vita e dove avrebbe voluto morire.
Don Quoex era interamente "romano", nel suo significato più nobile: ciò che faceva dire ai suoi amici che "egli era il piu romano dei preti francesi".
Nel maggio 2001, egli sostiene brillantemente, nella prestigiosa università romana, la sua tesi di dottorato sul tema: "Gli atti di culto nella storia della salvezza, secondo S. Tommaso d’Aquino".
Questo tema originale e ricco, gli permetterà di sviluppare i suoi talenti di teologo e di storico del culto.
La tesi di dottorato, di cui don Quoex preparava la pubblicazione, fu all’epoca notata con giudizio lusinghiero dall’allora Cardinal Ratzinger al quale era stata mandata. 
Nei suoi ultimi anni, don Quoex riprese l’argomento della sua tesi in parecchi importanti articoli in diverse riviste come la Revue thomiste ("Expositio Missae de la Somme de Theologie") e Sedes Sapientiae, cui affidò cinque grandi articoli.
Dal 2001, egli è sempre più chiamato per colloqui, ricerche scientifiche, per insegnamento.
Fino alla sua malattia, era professore di Liturgia al Seminario internazionale S. Pietro di Wigratsbad e al convento S. Tommaso d’Aquino de Chémeré-le-Roi. Stava anche per essere nominato, qualche giorno prima della sua morte, professore all’Università pontificia S. Croce a Roma, per l’inizio 2007.
Si specializza nella storia della Liturgia romana durante l’alto Medio-Evo e in particolare nello spazio dei Franchi. In questo ambito, scrive articoli di storia della Liturgia per la rivista Aevum (Università del Sacro Cuore di Milano).
Partecipa a diversi colloqui e seminari di studio come quello di musicologia medioevale della Fondazione Ars antica a Genova, il colloquio sul canto gregoriano a Subiaco...
Altro suo tema prediletto è la Lirurgia papale e nel 2005 riceve le felicitazioni del S. Padre Benedetto XVI al quale ha fatto giungere un importante studio su questo argomento.

Apostolo della Liturgia
Non era solo un intellettuale puro, era un maestro, un apostolo della Liturgia, un incomparabile cerimontere.
Questa l’immagine da lui lasciata al grande pubblico: seppe formare e ispirare una generazione di discepoli, che oggi dirigono le celebrazioni liturgiche nella maggior parte degli Istituti tradizionali, 1à dove si celebra, in piena comunione con la Chiesa, l’antica Liturgia Romana.
La sua sconfinata cultura gli permetteva di spiegare i riti liturgici, di comunicare l’amore per la Litrugia, là dove Gesù, Sacerdote e Vittima, continua oggi il suo sacerdozio che non tramonta.
Storico e teologo, anche esteta nel senso più nobile della parola, era convinto che "la perfetta bellezza della Liturgia permette di intravvedere la suprema bellezza di Dio". Di lì, la cura tutta particolare: per ritrovare le forme più nobili e più eleganti dei paramenti sacri: per la gloria di Dio!
Così fu il primo a realizzare, con l’aiuto del celebre paramentista di Verona, Piero Montelli, delle opere che si ispirano al periodo della Riforma cattolica a Roma, che era ai suoi occhi l’apogeo della Liturgia cattolica.
Il suo gusto della perfezione lo spingeva a disegnare lui stesso i candelieri, gli altari, facendoli realizzare dai migliori artigiani d’Italia, con l’aiuto dell’araldista romano Maurizio Bettoia.
Nel 2005, egli aveva già fondato con alcuni amici e discepoli la Società Barbier de Montault, che ha come fine di far conoscere la persona, 1’opera e lo spirito di Mons. Xavier Barbier de Montault (1830-1901). Questo prelato romano, archeologo, liturgista, canonista e araldista, era stato nella sua epoca un modello di eccezionale erudizione ecclesiastica. In una Francia impregnata di neo-gallicanesimo, Mons. de Montault era stato il propagatore instancabile dello spirito, della liturgia e dei costumi romani. Egli lasciò un’opera colossale, distinguendosi per il suo gusto e la sua spiritualità profondamente romani.
Don Quoex, primo presidente di questa Società, era un discepolo esemplare di colui che il B. Pio IX chiamava "il più liturgista degli archeologi e il più archeologo dei liturgisti".
Non volendo tenere solo per se stesso il frutto delle sue ricerche e desiderando partecipare con il suo proprio stile al rinnovamento liturgico, don Quoex aveva programmato di fondare un’altra Società per lo studio e la promozione delle tradizioni e delle arti liturgiche (SEPTAL).
L’idea, originale e appassionante, era di raccogliere così degli specialisti della pittura, della scultura, dell’architettura, della musica, dei paramenti e dell’oreficieria religiosa, di liturgisti, dei filosofi,degli storici dell’arte, dei teologi del culto, dei biblisti e dei patrologi nell’ottica tradizionale romana.
Desideroso di unire la formazione e la ricerca, egli pensava alla pubblicazione della Cahiers (=Quaderni) per tramettere il frutto dei suoi studi. Eccellente pedagogo, egli si augurava che gli articoli riuniti, fossero scientifici, precisi inediti, senza tuttavia essere riservati a pochi, ma aperti a tutte le anime, assetate di preghiera e di unione con Dio.
La sua idea dominante era di comunicare al più grande numero di anime la certezza che la Liturgia contiene e realizza oggi il Sacrificio di Gesù, dal Quale la grazia santificante e ogni bene scaturisce dal suo Cuore divino per la Chiesa e per il mondo.
La Liturgia pertanto deve condurre alla contemplazione, all’adorazione, all’intimità con Dio per mezzo di Gesù Sacerdote e Ostia, soprattutto in questo nostro tempo che prima di Dio afferma l’uomo e la comunità degli uomini, mentre è vero oggi e sempre che l’uomo è, in quanto adora: Adoro, ergo sum!

La bellezza del Cristo
La vita e l’opera dell’Abbé Quoex suppone la fede e l’amoroso rapimento di tutto l’essere in Gesù Cristo. La Liturgia e la bellezza suprema, l’archetipo della poesia, perché essa è teofania del Verbo fatto carne, splendore del divino Poeta.
Per questo, l’impegno per la Liturgia deve diventare impegno dottrinale, dogmatico, mosso non solo dall’amore di quanto oggi è messo in dubbio e posto da parte, ma anche per amore del popolo di Dio avido del sacro e dei gesti sublimi di cui si tenta di privarlo.
Pertanto, don Quoex era innanzitutto un sacerdote, un pastore di anime, un direttore spirituale.
Il ricordo che ha lasciato nei diversi luoghi di apostolato, Roma, Strasburgo e dopo il 2004, Ginevra, Losanna e Neuchâtel , dimostra che la sua missione sacerdotale era quanto a lui importava di più.
Seppe toccare le anime con la sua intelligenza, la sua cultura, ma soprattutto per la sua bontà cortese e la sua delicata carità. Ed è da prete vero, che egli è andato incontro a Dio, il 2 gennaio 2007, all’ospedale d’Aubonne, in Svizzera. Gli amici che lo hanno vegliato notte e giorno per un mese, fino al suo ultimo respiro, testimoniano di lui: "È morto come un santo. Dopo qualche mese di malattia implacabile e un’agonia di un mese, grandi sofferenze e una grande generosità interiori, brevi parole delicate, pianti velati e appena abbozzati, scusandosi di essere di peso... Sempre ha bevuto la preghiera come un’acqua di salvezza. Amava specialmente la preghiera di Gesù. Quante volte, ci ha chiesto, al primo mattino, dopo una notte dl sofferenze: "Aiutatemi ad alzarmi, voglio celebrare la Messa"!
Occorreva allora dirgli che non poteva più alzarsi, e che la Messa lui la diceva con Gesù, l’Uomo dei dolori, prima di dirla in Cielo, questa bella Liturgia del Cielo di cui egli ci aveva così bene parlato un giovedì santo... Si è spento dolcemente questa mattina, festa del Nome di Gesù. Chi lo vegliava, dopo avergli cantato qualche istante prima l’inno Jesu, dulcis memoria e recitato le Lodi, e avergli detto: "Don Franck non si può nascere, ma si può morire innocenti", gli si è avvicinato e gli ha ancora detto: "È la festa del Nome di Gesù. Tu vai a celebrarla lassù, la Liturgia del Cielo è più bella che quella che hai descritto. Va’, don Franck, la porta del Cielo è aperta per te".
Aveva 39 anni di vita e 15 anni di sacerdozio.
Alla Messa di trigesima, il 1° febbraio 2007, nella chiesa di S. Eugenio a Parigi, si è detto di lui "Insegnare e dirigere le anime, ecco due funzioni sacerdotali che trovano il loro compimento nel più alto compito del sacerdote: santificare le anime con i Sacramenti e l’offerta del S. Sacrificio della Messa. Il sacerdote è sacrificatore: colui che sta all’altare per offrire a Dio il sacrificio della croce per la salvezza delle anime. Ma per essere uniti a Cristo, occorre essere sacerdote e vittima, perché così è stato Lui, Cristo, sacerdote e vittima del suo sacrificio. Cosi è stato in tutta la vita, don Franck Quoex, sacerdos et hostia".


Autore: Paolo Risso