domenica 12 ottobre 2014

Saint-Nicolas-du-Chardonnet : uno stile liturgico/missionario da copiare

Un articolo di Cordialiter ( ripreso poi da MiL ) raccomanda l’actuosa partecipatio dei fedeli alla Messa more antiquo.
L'esortazione "actuosa partecipatio", riproposta anche dal Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Sacra Liturgia “ Sacrosantum Concilium”, fece parte del “programma” liturgico del grande Papa San Pio X.


Tempo fa alcuni ragazzi in vacanza a Parigi mi chiesero consiglio dove poter andare a Messa nell'antico rito della Chiesa : “professore lei tiene tanto alla messa in latino, la vorremmo ascoltare quando saremo in vacanza a Parigi ” .


Istintivamente proposi  loro di recarsi nella Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet dal 1977 retta  dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X ( FSSPX).


Sono poi rimasto in attesa dei commenti dei ragazzi che non tardarono perché al loro rientro in Italia non mancarono di ringraziarmi per il suggerimento che avevo loro dato avendo trovato un’ottima accoglienza alla Messa Domenicale nella Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a cui avevano partecipato, rimanendo positivamente colpiti dall'organizzazione liturgica e soprattutto dal coinvolgimento nella preghiera e nel canto di tutta l’assemblea dei fedeli.

Altro che Messe elitarie ( che non hanno ragione di esistere nella Chiesa Cattolica, tanto meno nei gruppi legati alla Tradizione, – èlite non fa parte del lessico cristiano/cattolico … ) : nella Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet gli studenti italiani hanno potuto respirare il clima della missionarietà liturgica !



Lo stesso spirito missionario liturgico, sempre presente nell’animo del grande Vescovo Mons. Marcel Lefevbre, che infervorò la fede nelle popolazioni affidate al Suo instancabile slancio pastorale in terra d’Africa prima e poi nelle più difficili realtà di quell' Europa sempre più scristianizzata .



Nella Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet i miei giovani ex alunni hanno captato  “qualcosa” di diverso  rispetto le scarne liturgie a cui erano abituati e l’actuosa partecipatio dei fedeli li ha aiutati concretamente a vivere appieno quel momento liturgico che tanto li ha impressionati.


Ovviamente  condividendo appieno l’antico adagio ecclesiastico : “ lex orandi, lex credendi” non smetteremo mai di fare elogi alla Comunità della Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet per la  missionarietà liturgica che eleva i cuori dei fedeli a Dio e li accompagna nel cammino della vita nella sana dottrina del Magistero immutabile della Chiesa.


A conferma di quanto ancora potremmo e dovremmo fare per far trionfare l’ideale missionario dell’actuosa partecipatio dei fedeli alla Messa Tridentina, propongo la lettura di una e-mail che mi è pervenuta :


Gentile … sono una sua collega che insegna al Liceo di …
Le scrivo dopo averla vista all’opera ieri nella chiesa di Santa Maria … per la messa in latino.
Me ne stavo in fondo la chiesa perché da qualche tempo nutro dei risentimenti nei confronti della chiesa cattolica che giudico corresponsabile del disastro educativo dei giovani ( perché degli Anziani no ? N.d.R.) .

Sono però rimasta piacevolmente impressionata della Messa .
Il ragazzo che ha cantato ( l’Epistola N.d.R.) potrebbe essere un mio alunno .
Non avreste potuto fare di meglio per la nostra piccola comunità : l’organo, il gregoriano e l’altare che non avevo mai visto così bello ( ovviamente la celebrazione è stata “ ad orientem” con sei candelieri , quattro Reliquiari che custodivano le  Reliquie dei Santi venerati in quella veneranda Chiesa N.d.R.) con il suono delle campane a festa a metà messa ( al Sanctus per la precisione : Plenum , compreso il campanone, “a slancio” N.d.R.).
La predica del giovane prete ( giovanissimo ! N.d.R.) mi ha colpito ! ( lex orandi, lex credendi” N.d.R.)

Ne ho parlato stamane con un mio collega professore di religione che mi ha detto che quel tipo di celebrazione in latino si potrebbe fare ma c’è il rischio che vi costruite una chiesa “su misura” ( tutto sommato il professore di religione è stato più benevolo di quanto si potesse prevedere… considerati i tempi … N.d.R.).
Sarà pure “ una chiesa su misura” ma desidero farne parte anche io per questo sarei contenta di essere informata sulle prossime iniziative analoghe.
La mia e mail …
Cordiali saluti …

Tutti noi siamo talvolta lusingati umanamente di costruirci dei gruppetti impermeabili per auto-preservarci dalle tempeste esterne :  è normale cadere in questo tipo di tentazione ! 

Quando tuttavia queste legittime voglie ( umanissime ) assalgono i nostri cuori ripensiamo per un attimo allo spirito missionario che infiamma - con i risultati tangibili umanamente non spiegabili di grande affluenza dei fedeli, di fervore religioso duraturo e fruttuoso e di sante vocazioni - i responsabili e i fedeli della Chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet …

Andrea Carradori


Alcuni video consigliati sulla bella realtà liturgica a Saint Nicolas du Chardonnet
https://www.youtube.com/watch?v=yyUvxW3j2Xw

 https://www.youtube.com/watch?v=ImDhdYvtoBw

https://www.youtube.com/watch?v=O7bZ2NrfWDk




venerdì 10 ottobre 2014

Sinodo. Adorare il vero Dio o il vitello d'oro ?

" Sinodo dei vescovi 2014, il terzo giorno. Dai "valori non negoziabili" alla "gradualità" * ( Appunto siamo all'adorazione del vitello d'oro N.d.R)
Assente dal Sinodo, non solo fisicamente da anche dalle citazioni (almeno quelle riportate in conferenza stampa) è anche Benedetto XVI, ( assenti giustificatissimi anche il Servo di Dio Paolo VI , San Giovanni Paolo II - considerato il Papa della Famiglia -  tutti i Santi e le Sante della Chiesa Cattolica N.d.R. ) e in particolare va rilevata la rapida obsolescenza dell'espressione "valori non negoziabili", una delle locuzioni-simbolo del magistero di Ratzinger sulle questioni morali. 
Oggi la parola-chiave è "gradualità". 
Soltanto venti mesi fa era ancora papa Benedetto XVI, ma sembra già cambiata un'epoca". ( E' verissimo :  dall'Adorazione al vero Dio si vuole che con "gradualità" si adori   il vitello d'oro ! Saranno finalmente felici i Chierici infedeli e traditori ... N.d.R.)

Ma certo ! 
Soltanto venti mesi fa Pietro osava ancora gridare al mondo spaesato e in preda alle turbolenze :  
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»
"Ora, è l'impero delle tenebre" : il katéchon è stato rimosso e Pietro sembra dormiente fin quando sarà destato da Cristo Signore   : «Così non siete stati capaci di vegliare un`ora sola con me?»


Il Signore dirà pure all'attuale Successore di  Pietro, con particolare riferimento ai Chierici, infedeli adoratori del vitello d'oro :  «Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito.  
Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici ...». 

 

Speriamo  che il "miracolo" dell'Humanae Vitae di Paolo VI possa ripetersi e che la Provvidenza Divina susciti presto nella Sua Chiesa dei novelli Maccabei.

* La citazione del Titolo e la frase ( finale ) appartengono all'Articolo del Professore
Massimo Faggioli , Docente di Storia del Cristianesimo, University of St Thomas, Huffington Post 



Li hai posti come sentinelle, vegliano sulla Tua Chiesa : le parole di quel Successore di Pietro dimenticato a causa del frastuono infernale della danza davanti al vitello d'oro :


VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Fiera di Freiburg im Breisgau
Sabato, 24 settembre 2011

Cari giovani amici!
Durante tutto il giorno ho pensato con gioia a questa serata in cui sarei potuto stare qui insieme con voi ed essere unito a voi nella preghiera. 
Alcuni forse saranno già stati presenti alla Giornata Mondiale della Gioventù, dove abbiamo potuto sperimentare la particolare atmosfera di tranquillità, di profonda comunione e di intima gioia che caratterizza una veglia serale di preghiera. 
Auguro che anche noi tutti possiamo fare tale esperienza in questo momento: che il Signore ci tocca e ci fa testimoni gioiosi, che pregano insieme e si fanno garanti gli uni per gli altri, non soltanto stasera, ma durante tutta la nostra vita.
In tutte le chiese, nelle cattedrali e nei conventi, dovunque si radunano i fedeli per la celebrazione della Veglia pasquale, la più santa di tutte le notti è inaugurata con l’accensione del cero pasquale, la cui luce viene poi trasmessa a tutti i presenti. 
Una minuscola fiamma irradia in tanti luci ed illumina la casa di Dio al buio. 
In tale meraviglioso rito liturgico, che abbiamo imitato in questa veglia di preghiera, si svela a noi, attraverso segni più eloquenti delle parole, il mistero della nostra fede cristiana. 
Lui, Cristo, che dice di se stesso: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), fa brillare la nostra vita, perché sia vero ciò che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). 
Non sono i nostri sforzi umani o il progresso tecnico del nostro tempo a portare luce in questo mondo. 
Sempre di nuovo facciamo l’esperienza che il nostro impegno per un ordine migliore e più giusto incontra i suoi limiti. 
La sofferenza degli innocenti e, infine, la morte di ogni uomo costituiscono un buio impenetrabile che può forse essere rischiarato per un momento da nuove esperienze, come da un fulmine nella notte. 
Alla fine, però, rimane un’oscurità angosciante.
Intorno a noi può esserci il buio e l’oscurità, e tuttavia vediamo una luce: una piccola fiamma, minuscola, che è più forte del buio apparentemente tanto potente ed insuperabile. 
Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. 
Egli ha vinto la morte – Egli vive – e la fede in Lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso. 
Chi crede in Gesù, certamente non vede sempre soltanto il sole nella vita, quasi che gli possano essere risparmiate sofferenze e difficoltà, ma c’è sempre una luce chiara che gli indica una via, la via che conduce alla vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). 
Gli occhi di chi crede in Cristo scorgono anche nella notte più buia una luce e vedono già il chiarore di un nuovo giorno.
La luce non rimane sola. 
Tutt’intorno si accendono altre luci. 
Sotto i loro raggi si delineano i contorni dell’ambiente così che ci si può orientare. 
Non viviamo da soli nel mondo. 
Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. 
Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli della grande catena dei credenti. 
Nessuno arriva a credere se non è sostenuto dalla fede degli altri e, d’altra parte, con la mia fede contribuisco a confermare gli altri nella loro fede. 
Ci aiutiamo a vicenda ad essere esempi gli uni per gli altri, condividiamo con gli altri ciò che è nostro, i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro affetto. 
E ci aiutiamo a vicenda ad orientarci, ad individuare il nostro posto nella società.
Cari amici, “Io sono la luce del mondo – Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore. 
È una cosa misteriosa e grandiosa che Gesù dica di se stesso e di tutti noi insieme la medesima cosa, e cioè di “essere luce”. 

Se crediamo che Egli è il Figlio di Dio che ha guarito i malati e risuscitato i morti, anzi, che Egli stesso è risorto dal sepolcro e vive veramente, allora capiamo che Egli è la luce, la fonte di tutte le luci di questo mondo. 
Noi invece sperimentiamo sempre di nuovo il fallimento dei nostri sforzi e l’errore personale nonostante le nostre buone intenzioni. 
Il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, in ultima analisi, a quanto pare, non diventa più buono. 
Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà. 

E anche quelli che nella storia si sono ritenuti “portatori di luce”, senza però essere stati illuminati da Cristo, l’unica vera luce, non hanno creato alcun paradiso terrestre, bensì hanno instaurato dittature e sistemi totalitari, in cui anche la più piccola scintilla di umanesimo è stata soffocata.
A questo punto non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste. 
Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. 
Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività. 
Con una certa autodisciplina ciò forse è, in qualche misura, controllabile. 

E’ più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. 
Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi. 

“Voi siete la luce del mondo“: solo Cristo può dire “Io sono la luce del mondo”. 
Tutti noi siamo luce solamente se stiamo in questo “voi”, che a partire dal Signore diventa sempre di nuovo luce. 

E come il Signore afferma circa il sale, in segno di ammonimento, che esso potrebbe diventare insipido, così anche nelle parole sulla luce ha inserito un lieve ammonimento. 
Anziché mettere la luce sul lampadario, si può coprirla con un moggio. 
Chiediamoci: quante volte copriamo la luce di Dio con la nostra inerzia, con la nostra ostinazione, così che essa non può risplendere, attraverso di noi, nel mondo?
Cari amici, l’apostolo san Paolo, in molte delle sue lettere, non teme di chiamare “santi” i suoi contemporanei, i membri delle comunità locali. 
Qui si rende evidente che ogni battezzato – ancor prima di poter compiere opere buone – è santificato da Dio. 
Nel Battesimo, il Signore accende, per così dire, una luce nella nostra vita, una luce che il catechismo chiama la grazia santificante. 
Chi conserva tale luce, chi vive nella grazia è santo.
Cari amici, ripetutamente l’immagine dei santi è stata sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. 
Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto è errata e scoraggiante questa opinione! 
Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. 
Cari amici, Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. 
Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. 
Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. 
Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. 
Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita. 
Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la sua Grazia in noi.
Cari amici, questa sera, in cui ci raduniamo in preghiera attorno all’unico Signore, intuiamo la verità della parola di Cristo secondo la quale non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. 
Questa assemblea brilla nei vari significati della parola – nel chiarore di innumerevoli lumi, nello splendore di tanti giovani che credono in Cristo. 
Una candela può dar luce soltanto se si lascia consumare dalla fiamma. 
Essa resterebbe inutile se la sua cera non nutrisse il fuoco. Permettete che Cristo arda in voi, anche se questo può a volte significare sacrificio e rinuncia. 
Non temete di poter perdere qualcosa e restare, per così dire, alla fine a mani vuote. 
Abbiate il coraggio di impegnare i vostri talenti e le vostre doti per il Regno di Dio e di donare voi stessi – come la cera della candela – affinché per vostro mezzo il Signore illumini il buio. Sappiate osare di essere santi ardenti, nei cui occhi e cuori brilla l’amore di Cristo e che, in questo modo, portano luce al mondo. 
Io confido che voi e tanti altri giovani qui in Germania siate fiaccole di speranza, che non restano nascoste. “Voi siete la luce del mondo”. “Dove c’è Dio, là c’è futuro!” Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 8 ottobre 2014

Sospesi ? Neppure al filo del telefono !

Lo squallore attuale che imbratta la candida Sposa di Cristo Signore la Santa Chiesa Cattolica include anche la triste vicenda di evidente mancanza di misericordia nei confronti dei fraticelli perseguitati dal "potere" che fa rima con i " Prelati che contano".

Noi ancora una volta ci poniamo fuori dal coro che riprende gli "acta" di un'informazione guidata, apparentemente di stampo tradizionalista, che vuole spacciare come verità alcune bufale mediatiche abilmente costruite in ambienti progressisti.

Vogliamo ricordare alcune di queste  più celebri bufale ?

- Il Papa avrebbe "trattato male" alcuni suoi collaboratori addetti alla liturgia ;
- Il Papa avrebbe nominato Tizio e Caio alle Congregazioni ...;
- Il Papa ad Assisi ( 2013) si sarebbe spogliato davanti la Basilica del Povello della talare bianca per indossare un saio francescano;
- Il Papa avrebbe confinato in un'Isola un Cardinale di Curia;
- Cardinali a iosa che negherebbero la celebrazione della Messa antica ... ;
- In un celebre Santuario non ci si può più confesssare... ;
- I frati sospesi ...

Chi più ne ha più ne metta.


A parte il clima di diffidente tensione psicologica , le bufale/virus prodotte in provette progressiste  (  abbiamo le prove di quel che scriviamo ) sono altamente contagiose nei soggetti legati alla tradizione.
Dobbiamo anche annotare che quel tipo di  bufale/virus nuociono gravemente all'immagine, già ampiamente compromessa,  interna ed esterna della Chiesa Cattolica.


Purtroppo, anche questo è un dato di fatto, noi fedeli tradizionali spesso veicoliamo e diffondiamo in perfetta buona fede le false notizie, le bufale/virus ...
Chi nell'ambiente tradizionale non ha ricevuto una telefonata notturna efebicamente piangente : " ... hai saputo ... " ?
Chi nell'ambiente tradizionale  non ha  letto un'e-mail apocalitticamente devastante ... sul futuro della Chiesa ?

Quanti di noi storditi dalle bufale/virus dimenticano , almeno per un istante, chi è il vero Signore del Tempo e della Storia, il Padre e l'Ispiratore della speranza che salva ?


Lasciamo dunque ai burattinai ed ai fabbricanti delle bufale  anche l'ultima vicenda dei "frati sospesi" ...
La realtà è già nirea e la fitta nebbia sembra aver preso il sopravvento sulla luminosità solare : cerchiamo almeno di non essere i babbei di turno che fanno gli interessi degli spacciatori di notizie false ( coprit modernisti) divulgandole anche se in buona fede.


La Madonna Santissima " Mater Sapientiae" ci aiuti  nel difficile discernimento.

Andrea Carradori

lunedì 6 ottobre 2014

Il Katéchon di Pietro : "nel suo saluto abbraccia l’agnello e il lupo, gl’infelici e i felici, i concittadini e gli estranei"

 

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
SUI PATRONI D'ITALIA
SANTA CATERINA DA SIENA
E SAN FRANCESCO D'ASSISI
Domenica, 5  maggio 1940
Ammirevole spettacolo e al tutto degno della universale paternità apostolica, Venerabili Fratelli e diletti Figli, fu più volte, in secoli dal nostro lontani, il vedere in questo insigne tempio di Santa Maria sopra Minerva i Successori di Pietro, Nostri Antecessori, venuti con solenne corteo a celebrare i divini misteri nella dolce festività della Santissima Annunziata, e onorare con mano amorevole la pubblica distribuzione alle fanciulle di doti claustrali e nuziali, estimatori, com’erano, della verginità sacra a Dio e della onesta maternità familiare, vegliante, insieme con gli angeli celesti, sulle candide culle, nidi di angeli umani. 
A tale lieta storica ricordanza l’animo Nostro esulta in mezzo al Nostro amato popolo che Ci circonda devoto; e nella visione del passato, se pur bello di altra luce, contempliamo rinnovato e ripresentato, in festa di duplice e novissima aureola, lo splendore di questo altare, sotto cui dormono le venerate spoglie di una vergine eroica, sposa di Cristo, paladina della Chiesa, madre del popolo, angelo di pace all’italica famiglia. 
Al Nostro sguardo accanto a lei leva la fronte un poverello, vestito di saio e cinto di una corda, dall’aspetto serafico, dalle mani e dai piedi segnati di cicatrici, dall’occhio che contempla il cielo, i monti e le valli, il valico dei fiumi e dei mari, e nel suo amore e nel suo saluto abbraccia l’agnello e il lupo, gl’infelici e i felici, i concittadini e gli estranei. 
Sono questi, o Italia, i tuoi alti Patroni al cospetto di Dio, il quale pure ti ebbe privilegiata fra tutte le sponde del Mediterraneo e degli oceani, stabilendo in te, attraverso le mirabili vicende di un popolo prode, ignaro del consiglio e della mano divina, la sede e l’impero pacifico del Pastore universale delle anime redente dal sangue di Cristo. Caterina e Francesco, sotto il beatificante ciglio di Dio, guardano Roma e le regioni italiche, perché l’amore, che nutrirono quaggiù vivendo e operando, non si spegne nel cielo, ma si rinfiamma nell’imperituro amore di Dio.
La carità, che non viene meno verso Dio e verso i fratelli e fa che a Dio la mente dell’uomo rivolga se stessa e le sue azioni, è religione, che, quanto più sale al cielo e adora, tanto più nel ridiscendere in mezzo agli uomini si espande e grandeggia, illumina e riscalda, come i raggi emananti dal sole. 
E sole di Siena fu Caterina, a quel modo che sole di Assisi fu Francesco. 
I loro raggi furono luce e calore non solo dell’Umbria e della Toscana, ma ancora delle terre e del cielo d’Italia, e oltre i confini delle Alpi e del mare. 
Due anime giganti in fragili corpi: anima di virago la vergine di Siena; anima di cavaliere il giovane di Assisi. 
Uguali e diverse; perché è vanto della santità il pareggiare i suoi eroi nell’ardore e nel fuoco dello spirito; come è arte sua il differenziarli nelle vie e nelle opere anche di un medesimo bene, e rendere l’uno più pronto a conversare cogli umili, l’altra più presta a trattare coi grandi; l’uno vestito del suo scuro saio di Patriarca della milizia francescana, l’altra in abito candido sotto il nero manto domenicano.
Il manto domenicano e il saio francescano, che già per le sue vie la Città eterna vide in Domenico e in Francesco abbracciarsi con palpito di perenne amicizia, oggi s’incontrano nell’ombra di questo glorioso tempio innanzi alla tomba di Caterina da Siena, e si uniscono fraternamente nell’esaltare in Roma i due primari Patroni celesti d’Italia. 
Se le sacre spoglie di Domenico e di Francesco sono lontane, qui presenti stanno i figli dell’uno e dell’altro Patriarca; e dalle loro labbra esce una voce che fa un solo coro risonante dei nomi di Caterina e di Francesco e li avvolge nella stessa lode e invocazione, cui non vale a dividere o scemare il tempo che li separa, mentre li congiunge una medesima santa idea di lotta e di pace per Cristo, per la Chiesa e per l’Italia.
Dio fece grande e operosa in Caterina la donna; operoso e grande in Francesco l’uomo, esaltando in essi, con tratti di divine e somme immagini, le radici dell’umana famiglia, e coronando ambedue del sigillo di stimmate di passione ineffabile, in Francesco aperte, in Caterina (lei vivente) invisibili, quasi a dimostrare che anche sotto il velo della carne con un medesimo dolore si vive e si opera nell’amore. 
È il mistero della vita e dell’opera dei santi, degli eroi e delle eroine di Cristo: di sublimarsi nell’amore per inabissarsi in un dolore, che è imitazione di Cristo, compassione degl’infelici, sacrificio e olocausto di se stessi per la loro rigenerazione e concordia, restaurazione dei costumi, rimedio dei mali, lotta per il bene e per la pace, vittoria e trionfo della verità nella giustizia e nella carità dei fratelli e dei popoli; in un dolore che non soffoca o spegne il sorriso sul labbro, né la benignità della parola o nel cuore il balzo della tenerezza e l’ardore del coraggio. 
Non è forse questo il gaudio di Paolo negli affanni delle sue tribolazioni? «Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra » [1].
Caterina era nata con un cuore di donna e un ardimento di martire, con una mente pronta e un animo virile; e in lei voi vedete un fulgido esempio di ciò che in tempi agitatissimi può la donna forte. 
Se, di sotto a quest’altare, si levasse viva in mezzo a noi, ne udireste, meglio che dalle mirabili sue lettere, l’ardente e mite impeto di uno zelo apostolico, vibrante in voce di vergine, la quale altra patria non conosce che il cielo, e in cielo vorrebbe cambiata anche la patria di quaggiù. 
La Chiesa di Cristo, ella scrive, è un glorioso giardino, dove Dio mette i suoi lavoratori che lo coltivino, e quei lavoratori siamo tutti noi; in un modo, tutti i fedeli cristiani, i quali debbono lavorare con umili e sante orazioni e con vera obbedienza e riverenza alla Santa Chiesa; in altro modo, coloro che sono posti per ministri dei santi sacramenti a pascere e nutrire spiritualmente i credenti; in terzo modo, coloro che servono la Chiesa fedelmente dell’avere e della persona per il suo incremento e la sua esaltazione, « virilmente affaticandosi con vera e santa intenzione per la dolce sposa di Cristo. È questa (dice la vergine Senese) la più dolce fatica, e di più utilità, che alcuna altra fatica del mondo » [2]. 
Tutto è dolce per lei, che di dolcezza insapora la croce e la morte, il cielo e la terra. 
E in questo servigio della Chiesa voi ben comprendete, diletti Figli, come Caterina precorra i nostri tempi, con una azione che amplifica l’anima cattolica e la pone al fianco dei ministri della fede, suddita e cooperatrice nella diffusione e difesa del vero e nella restaurazione morale e sociale del vivere civile. « Ora è il tempo dei martiri novelli…», essa esclamava, « però che, servendo alla Chiesa e al Vicario di Cristo, servite a… Cristo crocifisso » [3]. 
E l’eroica vergine di Siena, sorretta dalla visione e dal mandato del suo dolce Gesù, combatté per la Chiesa e per il Vicario di Cristo; nuova Debora, liberatrice della sua gente [4], nuova Giuditta senza ferro. 
Se per lei la Chiesa era il giardino dei cristiani, era pure insieme la vigna del Signore, nella quale conviene lavorare la vigna dell’anima nostra e la vigna del prossimo [5], che è quella dei fratelli per sangue, per vicinato, per patria; tra i quali si sentì figlia, sorella, madre di affetto, di compassione e di aiuto.
E come lavorasse l’anima sua, non lo dicono forse i gigli virginei del suo cuore e il fuoco della carità, onde fu innamorata di Dio e del prossimo? 
Nella breve giornata dei suoi trentatré anni, quanto non fece questa angelica vergine d’Italia! 
Dall’opera di lei comprenderete l’indole e la tristezza del suo tempo, quando la sede di Pietro era esule dall’Urbe, quando Roma vedovata era in preda alle fazioni, quando i municipi italiani venivano parteggiando e fieramente guerreggiandosi, quale per i guelfi, quale per i ghibellini. Nell’azione di questa donna forte splende tutto ciò ch’è di vero, di onesto, di giusto, di santo, di amabile, tutto ciò che fa buon nome, che è virtù e lode di disciplina [6]. 
A lei la massima gloria di aver ricondotto a Roma il Pontefice, impresa, a cui non valse la più armoniosa lira del suo secolo temprata dalla dolcezza italica. 
Per Urbano VI Caterina fu la rinata Matilde di Canossa; e con lettere a regine, a principi, a municipi, gli mantenne fedele l’Italia, umiliando l’avversario con l’esaltazione della vittoria riportata a Marino dall’esercito di Alberico da Barbiano.
In Roma morirà l’eroica donna; moriva nel settimo lustro dei suoi anni pieni di ardente vita; moriva fra la sua famiglia spirituale commossa, presente l’addoloratissima sua madre. Spettacolo memorando e sublime in quell’ora della nascita, non alla terra, ma al cielo! Moriva pregando per il Papa e per la Chiesa, divina tutrice della fede e della gloria d’Italia; e nella tranquillità della morte, aspettando la risurrezione rinnovatrice di vita più fulgida e non caduca, Noi la contempliamo sotto quest’ara e invochiamo il suo potente nome a protezione non solo di Roma, ma dell’Italia tutta.
Accanto a questa santa eroina di Siena degno è che s’invochi il nome del santo eroe di Assisi: Francesco, cavaliere amante della povertà di Cristo, ambiziosa del cielo ch’è suo, padre delle sacre legioni degli amici del popolo, suscitatore della carità diffusiva di pace e di bene fra gli uomini e nelle famiglie. 
E veramente egli, in tempi non meno tristi, precorse Caterina, e, al pari di lei, fu all’Italia un’aurora di rinnovamento spirituale e pacifico. Ignudo atleta fra i famelici dell’oro, con un cuore più largo che la miseria umana, sprezzatore di ogni dispregio, era pure stato il fiore dei giovani, prodigo e amante del lusso, il sonatore e il cantore delle allegre comitive, il guerriero prigioniero di Perugia, prostrato da Dio nel cammino verso le Puglie, per risorgere vaso di elezione a portare il nome di Cristo in mezzo al popolo e alle genti.
L’amore dei poveri e degl’infermi lo fece tra i poveri il più povero; perché nel povero contemplava l’immagine di Cristo; perché in questa gran valle della umanità sono più gli umili ed i poveri che i grandi ed i fortunati, a quel modo che sono più le valli e le pianure che i monti sulla faccia della terra. 
Mistiche nozze innanzi al duro suo genitore contrasse con la povertà, ascendendo con lei il sentiero della vita, lieto e operoso, fino al monte dalla nudità crocifissa sigillata nelle sue carni. Una tale nudità di beni terrestri lo collocò superiore agli onori e alle irrisioni, agli allettamenti e ai disagi, a tutto ciò che il mondo chiama beni e mali, largendogli quella ricchezza di spirito, che, nulla avendo, ha ogni cosa, perché nulla vuole, o, per meglio dire, nulla vuole, perché nel suo nulla trova ogni cosa, avendo deposto ogni desiderio di quaggiù per riporre ogni brama nel Padre celeste che nutre gli uccelli dell’aria e veste i gigli del campo.
Il poverello di Assisi, coperto di un saio ricamato di gloriosi squarci, avuto da un pezzente in cambio delle sue ornate vesti, levava, qui in Roma, sulle soglie dell’antica basilica del Principe degli Apostoli, la bandiera della povertà, quanto più lacera, tanto più bella, e apriva un nuovo cammino ai campioni della santità e della virtù, ai moderatori delle passioni umane, ai conciliatori delle discordie cittadine, ai restauratori della convivenza familiare e sociale, ai rinnovatori della pubblica pace e tranquillità. 
Quanti mossero sulle sue orme i piedi! Quanti si adunarono sotto le stuoie delle sue capanne alla Porziuncola! Quante vergini con Chiara di Assisi furono sue discepole! Quanti Frati Minori e Terziari guardarono a lui!
Roma vide più volte Francesco pellegrino per le sue vie; lo vide prono innanzi al Pontefice approvante la Regola di lui; lo vide stringersi al petto Domenico; e vide ambedue venerare come Madre la Santa Chiesa Romana, fratelli nel servirla, nel propagarla e nel difenderla, com’erano fratelli nella sequela del primo consiglio di Cristo.
La povertà di Cristo non impiccolisce il cuore, non restringe né spegne l’ardimento dell’animo generoso, ma alleggerisce il fardello della via, mette le ali al piede, infiamma lo zelo per accendere in ogni terra quel fuoco, che il Redentore era venuto a portare quaggiù. Così l’amore di Cristo trae Francesco dalla sua Tebaide, lo fa araldo del Vangelo, apostolo e adunatore di apostoli, pacificatore e padre di mistici cavalieri della pace e del bene, annunziatore del regno dei cieli nell’Umbria, nell’Italia, nell’Europa, nel mondo. 
La sua parola risonò in Assisi, nella valle di Spoleto, per le regioni italiche; i suoi piedi lasciarono orme per le strade di Spagna, sul suolo di Egitto, della Siria e della Palestina, di là dall’Adriatico; ascoltarono la sua voce popoli di diverse lingue e costumi, il Sultano del Nilo, gli uccelli della foresta. 
Ardente il suo cuore palpitava per tutte le creature di Dio, e a lui erano fratelli e sorelle il sole, la luna e le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco, la nostra madre terra.
Messaggero del gran Re, se dai Capitoli generali dei suoi frati diletti diffuse missionari per l’Europa e nell’Africa, fortemente amò il paese, dove Dio gli aveva dato così dolce luogo nativo, e di qua e di là dall’Appennino peregrinò sovente, spargendo colla parola della fede e coll’esempio della virtù il profumo di quella santità cortese, lieta, amorosa di Dio e della natura, ardente della mansuetudine e della pace di Cristo, che coi suoi figli fece dell’Italia la terra di Francesco, a lui fervidamente devota, stringendo col cingolo francescano pontefici e re, ricchi e poveri, felici e sventurati, famiglie e popolani di ogni condizione e di ogni età.
Invocate dunque, o Romani, invocate, o diletti figli d’Italia, Francesco di Assisi e insieme a lui Caterina da Siena, quali alti Patroni vostri innanzi a Dio. 
Ai piedi di molti eroi di santità già vi inchinate pregando, implorando, ringraziando, lodando, e la vostra devozione e pietà, la quale più fervida e filiale si innalza alla Regina dei santi, sale al cielo non meno gradita a lei che al divino suo Figlio, glorificatore dei santi. 
Ma Dio, come nella varietà delle stelle del firmamento, esalta talora, nella schiera dei suoi eroi, anime da lui plasmate a cose grandi, le prepara ai turbini dei tempi, le fa portenti della loro età e dei secoli, specchi di virtù e di operosità, modelli e sproni ai posteri, nelle vicende tristi e liete del vivere civile, a rinnovare e raffermare se stessi nel bene in pro della famiglia, dei concittadini, per la Chiesa e per la patria. 
Tali anime eroiche Noi vediamo in Caterina e in Francesco. 
Che se la gran donna, che qui veneriamo ed esaltiamo, non varcò, come Francesco, i mari, né si spinse fra i barbari e gl’infedeli, non ne ebbe meno ardimentoso il cuore; e anch’ella, pacificando nel cristiano costume l’Italia, adoperandosi e soffrendo per la Chiesa e per il Pontificato Romano, soffrì e operò a onore d’Italia e a bene universale dei popoli. 
Sono due fulgidissime glorie d’Italia, Caterina e Francesco; in essi, ancor più che nelle virtù cavalleresche, nelle arti, nelle lettere e nelle scienze, trionfa il nome italiano. 
Seppero stringere in un amore i fratelli e Dio, e non mai disgiungere il servire a Dio dal servire i fratelli.
Ammirate dunque, diletti Figli, questi due eroi di tempra italiana, cui la fede sublima al cielo; e di lassù li invoca benigni e potenti, se altri mai, protettori del diletto popolo italiano, così vicino alla sede di Pietro. Quest’ora, diletti Figli, per voi, per tutti, grandi e piccoli, felici e infelici, per il mondo dei popoli, per l’Italia, è ora di preghiera e d’invocazione del patrocinio e dell’aiuto dei santi; mentre il turbine della guerra, scatenatosi dalle profondità delle passioni e degli egoismi umani, travolge nobili nazioni in lacrimevoli lotte per terra, per mare e nel cielo, rumoreggiando oscuro e minaccioso al di là delle barriere delle Alpi; mentre Dio, signore dell’universo, dal quale dipendono gl’imperi e che solo è Colui il quale innalza e abbassa i troni e rende vani i pensieri dei popoli [7], guarda quaggiù se vi sia uomo che mediti su tante rovine e se ne accori, e porga la mano alla giustizia che richiama la pace. Presso questo Dio, che perdonando fa più manifesta la sua potenza, imploriamo l’intercessione dei nostri insigni protettori, Caterina e Francesco, custodia e difesa d’Italia.
O Gesù, Verbo onnipotente, Re dei secoli, che al dividere che faceste le genti e al separare i figli di Adamo, fissaste i termini dei popoli [8] e entro i confini d’Italia eleggeste e stabiliste il luogo santo, ove siede il vostro Vicario, guardate benigno questo popolo e questa terra da voi prediletta, bagnata dal sangue dei Principi dei vostri Apostoli e di tanti martiri, consacrata dalle virtù e dall’opera di tanti vostri Vicari, vescovi, sacerdoti, vergini e servi buoni e fedeli. Qui la fede in voi brillò sempre immacolata, santificò gli antri e i rifugi dei vostri credenti, purificò i templi dei falsi dèi e innalzò a voi basiliche d’oro dall’una all’altra sponda dei mari che ne circondano; qui il vostro popolo più e più si strinse intorno ai vostri altari, dimentico dei dissensi, ansioso della concordia degli animi; e qui questo medesimo popolo implora da Voi, o Re divino delle nazioni, che corroboriate della vostra grazia e del vostro favore l’intercessione, che a protezione nostra in modo più alto e particolare affidiamo, presso il vostro trono di benignità e di misericordia, ai vostri due gran Servi Francesco e Caterina. 
Ascoltate, o Gesù, la nostra preghiera, che per le loro mani presentiamo a voi. 
Voi li amaste, voi li avete fatti grandi e potenti; Voi amate anche noi, che umilmente vi preghiamo; e il vostro infinito amore vi tiene presente in questo altare, cibo e bevanda a noi, pellegrini verso il cielo, in una valle di miserie e di timori e pericoli. 
Per il celeste patrocinio dei gloriosi vostri Servi trionfi in noi la vostra grazia, il vostro perdono, la munificenza vostra, la pace vostra. 
Trionfate, o gran Dio, in noi, nelle famiglie, in tutte le terre italiche, nelle pianure e nei monti, nei palazzi e nei tuguri, nei chiostri e nei pubblici uffici, nella gioventù e nella vecchiaia, nelle aurore e nei crepuscoli della vita. 
Trionfate nel mondo, o Dio degli eserciti; e quella pace, che il vostro cuore dona all’Italia, quella pace che voi lasciaste ai vostri Apostoli e noi invochiamo per tutti gli uomini, quella pace ritorni in mezzo ai popoli e alle nazioni, che l’oblio del vostro amore separa, che il rancore avvelena, che la vendetta accende. 
O Gesù, disperdete il turbine di morte che preme sull’umanità da voi redenta: fate un solo ovile pacifico dei vostri agnelli fedeli e randagi; sicché tutti vi ascoltino e seguano la vostra voce; tutte le genti vi adorino e vi servano, e tutte in una medesima fede, speranza e amore salgano dal corso irrevocabile del tempo a inabissarsi nella pace ineffabile dell’eternità beata. 
Così sia.

[1] 1 Cor., VII, 4.
[2] Lettere di Santa Caterina da Siena, a cura di N. Tommaseo, vol. III, pp. 95-96.
[3] L. c., vol. 17, pp. 346-347.
[4] Iud., 4-5.
[5] L. c., vol. IV, p. 175 e sgg.
[6] Phil., IV, 8.
[7] Ps., 32, 10.
[8] Deut., XXXII, 8.


venerdì 3 ottobre 2014

"Romanità", significa "universalità", "cattolicità" con le"periferie" che non sono ne' il centro ne' il cuore pulsante


"Romanità", significa "universalità", che poi è anche "cattolicità", che comprende le periferie, ma non ne fa il centro, estromettendo il cuore pulsante di tutto..." ( Cit. una Teologa legata alla Tradizione )

" Il problema del Cattolicesimo attuale è, alla fine, uno solo: la perdita totale del senso di soprannaturale ".


" Quando si perde il senso del soprannaturale il termine "peccato" non ha più senso, il vincolo matrimoniale può non essere più un vincolo, le forme tradizionali divengono fortemente antipatiche per cui si deve perseguitare chi ancora le mantiene e via dicendo..."

" I progressisti stanno scuotendo il torpore dei mediocri e finiranno con il farli svegliare. 
Al risveglio si spera che la massa mediocre prenda coscienza di come questi progressisti non hanno nulla, ma proprio nulla di cristiano e, alla fine, non siano che marionette in mano ai nemici della Chiesa (sappiamo chi!) ".

" Marionette e null'altro. 
Oramai hanno buttato la maschera, non agiscono più nascostamente. 
E questo, c'è da dire, è un gran servizio per capire dove sta la verità. 
Manco furbi sono..."


San Giovanni Paolo II nel 1982 scrisse : "Oggi che si è affievolito il senso del sacro, la gente ha ancora più bisogno di questi segni esterni ( l'osservanza dell'abito ecclesiastico N.d.R.) che rimandano a Dio ... nella preghiera composta per il Giovedì Santo di quest'anno, alludendo all'abito ecclesiastico, mi rivolgevo al Signore con questa invocazione: "Fa' che non rattristiamo il tuo Spirito... con ciò che si manifesta come una volontà di nascondere il proprio sacerdozio davanti agli uomini e di evitarne ogni segno esterno".
... Inviati da Cristo per l'annuncio del Vangelo, abbiamo un messaggio da trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i segni esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al linguaggio delle immagini".

Qual'è l'immagine che oggi, alla vigilia del Sinodo Straordinario per la Famiglia, taluni uomini di Chiesa fanno passare attraverso gli onnipotenti mass media ?

La notizia riportata dalla stampa che il prossimo Sinodo produrrà autonomamente un documento senza che il Papa, supremo garante e custode dell'ortodossia, lo ratifichi e lo corregga ! 

Non c'entrano nulla la democrazia o la collegialità ...


Ha dichiarato difatti il Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario del Sinodo : " Dopo il dibattito in aula (che nel caso del Sinodo Straordinario che si apre domenica sara' di 5 giorni su 15 totali dei lavori) il documento finale (chiamato "Relatio Synodi") sara' elaborato nei circoli minori che voteranno ciascuno le proprie proposte per il testo finale
Poi, ha spiegato Baldisseri, "in aula la votazione del documento sara' divisa per capitoli. 
Infine, il documento sara' pubblicato al massimo un giorno o due dopo la conclusione dei lavori". 
Sara', ha sottolineato il segretario del Sinodo, "un documento unico, una grande proposta, un documento gia' organizzato e sara' reso pubblico alla fine del Sinodo". 
Nel caso specifico del Sinodo Straordinario, "non ci saranno delle decisioni, nel senso che si tratta di un cammino che si articola su due Sinodi, e a ottobre si terra' sullo stesso tema un Sinodo Ordinario, ma il documento della prima assemblea sara' la base della seconda, quasi come un lineamenta. 
E sara' allargato poi con un piccolo questionario perche' quello dell'anno scorso, con le 39 domande, non toccava alcuni argomenti che saranno toccati nel Sinodo". 
Nel caso specifico del Sinodo sulla famiglia (che include non solo la questione della comunione ai divorziati risposati, ma anche, ad esempio, l'approccio pastorale verso le coppie gay, l'impegno della Chiesa contro la violenza domestica e l'incesto) il documento approvato dall'Assemblea Straordinaria non sara' pero' definitivo, in quanto dovra' pronunciarsi poi l'Assemblea Ordinaria dell'ottobre 2015, in vista della quale le Conferenze Episcopali reagiranno sul documento approvato dall'Assemblea Straordinaria ( sottolineatura nostra N.d.R. ) e dopo questa nuova consultazione e si confezionera' l'Instrumentum Laboris del Sinodo Ordinario.
Ci sara' cosi' un tempo per riflettere di piu', con anche commissioni eventuali che potrebbero costituirsi su singoli aspetti. 
E - sempre in questo caso specifico - il documento finale che sara' discusso dai vescovi nei diversi paesi, potrebbe, se i vescovi del paese lo vorranno, essere sottoposto di nuovo alla base, almeno sui temi nuovi. 
"Su questo - ha chiarito Baldisseri - lasciamo liberta' ai vescovi". ( Sottolineatura nostra N.d.R.)


Sarà la sperimentata e peccaminosa superbia degli uomini ad   impedire che il Signore Onnipotente moltiplichi il miracolo dell'Humanae vitae di Paolo VI ?


Allora vogliamo ricordare il gesto di fede e di coraggio di Paolo VI ( il "NON POSSUMUS" DI PAOLO VI ) con le Sue stesse parole  :

« Provate a lettere la vostra mente, il vostro spirito, anzi la vostra coscienza di vivere davanti al cumulo delle questioni maggiori, quelle che riguardano l'origine dell'universo, il senso della vita, l'ansia del conoscere il destino dell'umanità, il fenomeno religioso che intende rispondere a questi problemi, assorbendo e superando quanto la scienza e la filosofia ci possono dire in proposito; e provate a collocare il fatto cristiano in mezzo e al di sopra di tali interrogativi, che riconosciuti nelle loro esigenze sconfinate chiamiamo tenebre, ma che al confronto col fatto cristiano stesso si rischiarano, e lasciano intravvedere la loro misteriosa profondità ed insieme una certa loro nuova meravigliosa bellezza, e sentirete echeggiare dentro di voi, come fossero in questo stesso istante pronunciate, le parole notissime del Vangelo di Giovanni: "La luce risplende nelle tenebre" (Jo, 1, 5); il panorama del cosmo si è illuminato come dalla notte fosse sorto il sole, le cose mostrano un loro incantevole ed ancora esplorabile ordine; e l'uomo quasi ridendo e tremando di gioia viene a conoscere se stesso, e si scopre come il viandante privilegiato che cammina, minimo e sommo, nella scena del mondo, con la simultanea coscienza d'aver diritto e capacità di dominarlo, e d'avere insieme dovere e possibilità di trascenderlo nel fascino d'un nuovo rapporto che lo sovrasta: il dialogo con Dio; un dialogo che si apre così: "Padre nostro, che sei nei cieli...".
Non è sogno, non è fantasia, non è allucinazione. 
È semplicemente l'effetto primo e normale del Vangelo, della sua luce sullo schermo d'un'anima, che si è aperta ai suoi raggi. Come si chiama questa proiezione di luce? si chiama la Rivelazione. 
E come si chiama questa apertura dell'anima? si chiama la fede.
Stupende cose, che attingiamo a quel libro sublime di teologia e di mistica che si chiama il catechismo, cioè il libro religioso delle verità fondamentali. 
Ma questa prefazione vuole oggi interessare quanti ci ascoltano ad una successiva questione, che noi riteniamo di massima importanza rispetto alla condizione ideologica, in cui oggi l'uomo pensante religiosamente si trova; e cioè: il contatto con Dio, risultante dal Vangelo, è un momento iscritto in una naturale evoluzione dello spirito umano, la quale tuttora continua mutandosi e superandosi, ovvero è un momento unico e definitivo, del quale dobbiamo nutrirci senza fine, ma sempre riconoscendone inalterabile il contenuto essenziale? La risposta è chiara: quel momento è unico e definitivo. Cioè la Rivelazione è inserita nel tempo, nella storia, ad una data precisa, ad un avvenimento determinato, che con la morte degli Apostoli si deve dire concluso e per noi completo (cfr. Denz-Sch. 3421). 
La Rivelazione è un fatto, un avvenimento, e nello stesso tempo un mistero, che non nasce dallo spirito umano, ma è venuto da un'iniziativa divina, la quale ha avuto molte manifestazioni progressive, distribuite in una lunga storia, l'antico Testamento; ed è culminata in Gesù Cristo (cfr. Hebr. 1, 1; I Jo. I, 2-3; Cost. del Concilio "Dei Verbum", n. 1).
La Parola di Dio è così finalmente per noi il Verbo Incarnato, il Cristo storico e poi vivente nella comunità a Lui congiunta mediante la fede e lo Spirito Santo, nella Chiesa, cioè il suo Corpo mistico.
Così è, Figli carissimi; e così affermando, la nostra dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia. 
Il modernismo rappresentò l'espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d'attualità (cfr. Decr. « Lamentabili » di S. Pio X, 1907, e la sua Enc. Pascendi; Denz-sch. 3401, ss.). Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa cattolica, ieri ed oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l'ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l'insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell'Apostolo Paolo: "Depositum custodi" (I Tim, 6, 20; II Tim, 1, 14) costituisce per essa un tale impegno che sarebbe tradimento violare. 
La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina: ella è teste, è custode, è interprete, è tramite, e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: "Non possumus", non possiamo (Act. 4, 21).
Questa troppo sommaria lezione non è qui finita, perché resterebbe da accennare come questa rivelazione originaria si trasmetta attraverso la parola, lo studio, l'interpretazione, l'applicazione; cioè come essa generi una tradizione, che il magistero della Chiesa accoglie e controlla, talvolta con decisiva e infallibile autorità. 
Resterà anche da ricordare come la conoscenza della fede e l'insegnamento che la esibisce, cioè la teologia, possano esprimersi in misura, in linguaggio, in forma diversa; cioè come sia legittimo un "pluralismo" teologico, quando si contenga nell'ambito della fede e del magistero affidato da Cristo agli Apostoli e a chi loro succede.
E resterà ancora da spiegare come la Parola di Dio, custodita nella sua autenticità, non sia, per ciò stesso, arida e sterile, sì bene sia feconda e viva, e destinata non solo ad essere passivamente ascoltata, ma vissuta, sempre rinnovata ed anche originalmente incarnata nelle singole anime, nelle singole Chiese, secondo le doti umane e secondo i carismi dello Spirito Santo, di cui dispone chiunque si fa discepolo fedele della Parola viva e penetrante di Dio (cfr. Hebr. 4, 12).
Forse ne riparleremo, a Dio piacendo. 
Ma bastino intanto questi frammenti di dottrina cattolica a rendervi pensosi, fervorosi e felici». 

Servo di Dio Paolo VI Allocuzione all'Udienza generale del 19 gennaio 1972; « L'Osservatore Romano », 20 gennaio 1972.


Immagine : Lionello Spada , San Girolamo scrivente, c. 1613

giovedì 2 ottobre 2014

Chiesa Apostolica o Chiesa Evangelica ? Dall’intervista di Eugenio Scalfari a Mons. Vincenzo Paglia alla vigilia del Sinodo

Da "Repubblica" del 1 ottobre 2014
D: E invece che cosa significa Chiesa apostolica?
R: «Gli Atti degli apostoli e i Vangeli sono il fedele racconto della predicazione cristiana tramandata dalla memoria dei seguaci del Signore. 
Questo significa Chiesa apostolica, che si potrebbe anche definire Chiesa evangelica».

QUEL CHE INVECE INSEGNA IL MAGISTERO DELLA CHIESA :  DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.
IV. La Chiesa è apostolica
857 La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:
— essa è stata e rimane costruita sul « fondamento degli Apostoli » (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso;
— custodisce e trasmette, con l'aiuto dello Spirito che abita in essa, l'insegnamento,il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli;
— fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, « coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa ».
« Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito Pastori »".


QUEL CHE INVECE INSEGNA IL MAGISTERO ORDINARIO DELLA CHIESA : DALLE CATECHESI DI PAPA FRANCESCO.
"La Chiesa conserva lungo i secoli questo prezioso tesoro, che è la Sacra Scrittura, la dottrina, i Sacramenti, il ministero dei Pastori, così che possiamo essere fedeli a Cristo e partecipare alla sua stessa vita. E’ come un fiume che scorre nella storia, si sviluppa, irriga, ma l’acqua che scorre è sempre quella che parte dalla sorgente, e la sorgente è Cristo stesso: Lui è il Risorto, Lui è il Vivente, e le sue parole non passano. Perché Lui non passa, Lui è vivo, Lui oggi è fra noi, qui. Lui ci sente quando noi parliamo con Lui, ci ascolta, Lui è nel nostro cuore: Gesù è con noi, oggi! E questa è la bellezza della Chiesa: la presenza di Gesù Cristo tra noi, che Gesù Cristo è vivo perché è risorto. Pensiamo mai a quanto è importante questo dono che Cristo ci ha fatto, il dono della Chiesa? Pensiamo mai a come è proprio la Chiesa nel suo cammino lungo questi secoli – nonostante difficoltà, problemi, le debolezze, i nostri peccati – che ci trasmette l’autentico messaggio di Cristo? Ci dona la sicurezza che ciò in cui crediamo è realmente ciò che Cristo ci ha comunicato?" (16 ottobre 2013).


Non si tratta, quindi, del vangelo e della sua lettura. 
Si tratta del potere conferito da Cristo agli Apostoli, che hanno trasmesso con la predicazione, e reso presente con il ministero e l'autorità ricevuta, lo stesso Cristo contemplato e annunciato. 
Se proprio vogliamo, si tratta del vangelo conforme alla predicazione degli Apostoli, quindi al Magistero. 
Giusto per ricordare che il Vangelo non è semplicemente un libro!
E' ancora lecito stupirsi? 
Lo si può fare senza bisogno di essere considerati bigotti, preconciliari, non in linea con il Santo Padre ( e pensare che sfottevano Benedetto...)?

Qui ci siamo bevuti tutti il cervello: io per i miei peccati e le mie ipocrisie, altri per l'ignoranza (non so fino a che punto la si possa ritenere tale). Io mi astengo da ogni giudizio! Sinceramente, in tempi di salvaguardia dell'ecosistema e di marce per la pace, mi sono scocciato di essere considerato non cattolico! 
Consideratemi pure il peggiore dei peccatori, e non vi sbagliate. Per lo meno direte la verità e non dovrete leggere il Catechismo per rinvenire difformità tra quanto qui si dice e il pensiero della Chiesa. 
A meno che non sia diventato pensiero della Chiesa quello che ciascuno intende sentirsi dire dalla Chiesa.

Un Teologo

mercoledì 1 ottobre 2014

Primi Venerdì del mese : Adorazione Eucaristica ad Albano e Rimini FSSPX

« Fra tutte le devozioni, quella di adorare Gesù Sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi » (Sant'Alfonso Maria dè Liguori)


Da più di un anno si registra la presenza costante, oltre che dei tanti fedeli della FSSPX, di persone che provengono da parrocchie del circondario e si sono avvicinate alla tradizione grazie a questo momento di grazia che termina con la celebrazione della Santa Messa nel rito Romano antico.


Sacerdoti sempre disponibili per le confessioni.


L'appuntamento di questo mese è per Venerdì 3 Ottobre alle ore 21

Il primo venerdi del mese (vedi file locandina sopra), per dare la possibilità a tutti di iniziare la pratica saranno celebrate ben quattro Sante Messe nei seguenti orari
Ore 6,30
Ore 7,00
Ore 11,30
Ore 18,30
A seguire dopo il canto di Compieta esposizione del Santissimo Sacramento per tutta la notte (vedi file locandina allegato)
fino alle ore 6,45 di sabato a seguire Santa Messa alle ore 7,00

Ci vediamo numerosi come sempre
In unione di preghiera
Sia Lodato Gesù Cristo