domenica 3 gennaio 2021

Verbum panis: dimenticate la canzonetta di Balduzzi!

Abbiamo trovato su Facebook questo splendido articolo che prende in esame una canzonetta che non merita tale dispendio energetico in sì profonde e bellissime riflessioni. 
Con il permesso dell'Autore lo rilanciamo per i nostri Lettori. 
d.M.R.
 
 
VERBUM PANIS, OVVERO QUELLO CHE NON DOVREBBE ESSERE DETTO E TANTOMENO CANTATO 
 
di Don Matteo Rubechini 
 
Il Vangelo di domani ( domenica 3 gennaio 2021 N.d.R.), nella sua forma estesa, ripropone al nostro ascolto quello stesso Prologo di Giovanni che nella Messa del giorno di Natale proclama: «Verbum caro factum est», «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). 
Non sarà vano chiarire i termini della questione. “Verbum” o – meglio ancora – “Logos” se usiamo l’originale testo greco, come si può comprendere dai versetti antecedenti a quello appena citato, altro non è che la seconda persona della Trinità, Colui che «in principio» – prima della creazione, prima dell’esistenza di ogni altra cosa – già «era», ed «era presso Dio» ed «era Dio» (cf. Gv 1,1). 
Senza entrare nel merito di un commento esegetico approfondito, per la nostra causa è sufficiente tener presente che si sta parlando del Figlio eterno, quello di cui si dice nel Credo: «nato dal Padre prima di tutti i secoli», «si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». 
“Caro” in latino, “carne” in italiano indica, invece, secondo la terminologia propria del quarto vangelo, l’uomo intero, la natura umana in tutte le sue dimensioni (non solo in quella corporea!). 
In altre parole, il versetto in questione afferma che il Figlio eterno di Dio, ad un certo punto della storia, «si è fatto veramente uomo rimanendo vero Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 464). 
Da quel momento in poi in una sola persona si hanno due nature, quella umana e quella divina. 
E questa sola persona è Gesù Cristo o – per dirla nei termini dell’evangelista Giovanni – il Verbo “incarnato”. 
Che non si tratti di una sottigliezza per teologi risulta evidente dal celebre adagio patristico «caro cardo salutis», ossia «la carne (di Cristo) è il cardine della (nostra) salvezza» (Tertulliano, “De carnis resurrectione”, 8,3: PL 2,806). In ogni caso la fede nell’incarnazione è distintiva del cristianesimo, come ben evidenzia la prima lettera di Giovanni (cf. 4,2), ed è in essa che si articola la nostra celebrazione del Natale. 
Ascoltare che «il Verbo si è fatto carne» all’interno della santa Messa suscita un importante accostamento tra l’incontro con Dio reso possibile dalla venuta del Figlio di Dio nella storia e quel medesimo incontro che – come espresso da Gesù nel corso di questo stesso vangelo (Gv, 6,51): «Io sono il pane vivo … il pane che io darò è la mia carne» – è reso possibile nel Sacramento dell’Eucaristia. 
A tale mistero si sono richiamati santi del calibro di Francesco d’Assisi che, a Greccio, proprio nel comporre il primo presepe a ridosso dell’Altare, volle sottolineare come il Santissimo Corpo deposto dal sacerdote sulla patena è il medesimo che molto tempo prima era stato deposto nella mangiatoia. 
A questo accostamento ha probabilmente voluto rifarsi Mite Balduzzi nel comporre il testo di una famosa canzone che dà il titolo all’omonimo ed altrettanto celebre album “Verbum panis” che, in questo periodo, temo riempia di chiasso molte chiese italiane e non. 
Già dal punto di vista musicale questo brano (come, d’altra parte, il resto dell’album) non risponde alle esigenze di «serena pacatezza dell’azione liturgica», per usare un’espressione del santo papa Paolo VI (cf. Discorso del 1973 al Congresso nazionale italiano di musica sacra) e non è un caso che non compaia in nessun repertorio ufficiale di canti per la liturgia. 
Tuttavia, è soprattutto sotto l’aspetto del testo che la suddetta canzone pone problemi non trascurabili. 
Le strofe in lingua corrente (italiana o altre lingue nazionali) sono intervallate, infatti, dal ritornello in latino «Verbum caro factum est, Verbum panis factum est» («il Verbo si è fatto carne, il Verbo si è fatto pane») che di ortodosso ha soltanto la lingua. 
Per comprenderlo basta interrogarsi su chi sia il soggetto di queste frasi. 
Più esplicitamente: chi è che “factum est” carne? chi è che “factum est” pane? 
Sulla base di quanto già detto, dovrebbe risultare chiaro che è vero che il Verbo si è fatto carne (si è fatto uomo) mentre non è affatto vero che il Verbo si è fatto pane. 
Nell’Eucaristia noi non troviamo semplicemente il Verbo – il Figlio eterno di Dio a prescindere dalla natura umana – ma Cristo, ossia il “Verbo incarnato” (e non disincarnabile!). 
Può sembrare una sottigliezza oziosa, ma è proprio attraverso questo genere di affermazioni che vengono trasmesse dottrine pericolose che parlano di “Verbo eterno” accessibile a prescindere dalla sua unica incarnazione (cf. Congregazione della Dottrina della Fede, “Dominus Iesus”, n. 9). 
C'è, tuttavia, un secondo problema legato al soggetto della frase «Verbum panis factum est», in quanto, non solo non è il “Verbo” a farsi carne, ma neppure il “Verbo incarnato” (ossia Cristo). 
Ancora una volta occorre chiedersi chi fa cosa. 
Mentre nell'incarnazione è, in qualche modo, il Figlio che cambia, perché da quel momento in poi è vero uomo oltre che vero Dio, nella transustanziazione è il pane a cambiare in quell'unico Figlio incarnato che, invece, resta inalterato. In altri termini si potrebbe dire che «panis Verbum-incarnatum factum est». 
Eppure anche una simile formula avrebbe i suoi difetti perché occorre specificare l’agente di questo fare: il pane non diviene da se stesso – come fosse capace d’azione, e d’azione miracolosa! – Cristo. 
Perciò l’espressione migliore rimane quella sedimentata nel “Pange lingua” di san Tommaso d’Aquino (che è un vero inno liturgico!): «Verbum caro, panem verum verbo carnem efficit» cioè «il Verbo fatto carne, con la sua parola, fa del pane vero la (sua) carne». 
Cristo cambia la sostanza del pane facendola diventare Lui stesso. 
Da ultimo, volendo approfondire, come ha avuto modo di notare il teologo Giovanni Marcotullio in un suo intervento cui sono largamentente debitore per queste righe, nell’accostamento "Verbum caro – Verbum panis" si può trovare una versione grossolana di un’eresia medievale che va sotto il nome di "impanazione". 
Secondo questa visione, Cristo avrebbe fatto con il pane ciò che il Verbo ha fatto con la natura umana; in tal senso la sostanza del pane non sarebbe cambiata con la preghiera di consacrazione (come l’esser uomo di Gesù non è stato assorbito dal suo esser Dio), bensì ci sarebbe stata una “compresenza” della sostanza del pane e di quella di Cristo. Ma, come si è detto, lo stile della canzone “Verbum panis” è decisamente più rozzo perciò sembra ammettere persino che sia il solo Verbo – neppure incarnato! – ad assumere il pane. Coerentemente a ciò, alla Comunione, non dovremmo sentirci dire «il Corpo di Cristo», ma «il Verbo impanato» ossia «pane» che si può mangiare e «Verbo» a cui si continua a non aver accesso. 
Un sacramento fasullo ed inutile. 
Insomma: se proprio volete un canto ispirato al prologo di Giovanni, prendete uno degli innumerevoli “Verbum caro factum est” che vanno dal responsorio gregoriano, alla lauda, al villancico del Canzoniere di Upsala, alle maestose polifonie più antiche come quella di H. L. Hassler (rinascimento) o recenti come quella di V. Miserachs, e dimenticate la canzonetta di Balduzzi. 
 
Fonte: QUI