giovedì 10 dicembre 2015

Il superbo orgoglio del Capo inevitabilmente foriero di ribellioni e peccati.

Riprendiamo dopo qualche giorno i nostri commenti su alcuni avvenimenti ecclesiastici.
Lo facciamo con il cuore pervaso della gioia dell'Anno Giubilare"straordinario" : 
- anno di conversione; 
- anno di penitenza; 
- anno di umiltà e di devozione 
- anno di particolare "garanzia" per noi peccatori che grazie all'Indulgenza Giubilare avremo la possibilità di lavare più facilmente i nostri peccati ("anche se fossero come scarlatto") nel catino della grazia santificante che Santa Madre Chiesa distribuisce per la salvezza delle anime.
Quanto è bello, e costruttivo in questo Anno di grazia  farsi ancor più umilmente guidare dallo Spirito Santo "che soffia dove vuole" e che in 2000 anni ha effuso sui Santi lo" spirito di sapienza e di intelligenza,spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore"!
Quanto è diseducativo però osservare gli uomini di chiesa che di testa propria, cioè seguendo il loro istinto emotivo e personalistico, rigettano le sante indicazioni liturgiche dei padri della fede!
La Santa Madre Chiesa ha chiamato con assoluta chiarezza quello spirito ribelle:   "protestante" . 
L'uomo che mette il proprio ego al primo posto rigettando con orgoglio le indicazioni  rituali di Santa Madre Chiesa non è umile e non è devoto.
Come può una persona superbamente non devota essere icona della divina misericordia?
L'uomo che non vuole piegare le ginocchia davanti all'Eterno Dio per rimanere orgogliosamente diritto, come Prometeo nel suo atto di superba ribellione, non è fecondo perchè non edifica la comunità di cui fa parte ma la frantuma iniettando il virus della ribellione dell'interpretazione personalistica della Scrittura e della Liturgia.
Che  rimangano diritti nella loro superbia coloro che si sono inginocchiati, a loro piacimento, quando la loro testa glielo aveva imposto, disprezzando pubblicamente la sapienza e le normative liturgiche (traduzione gestuale  della Santa Dottrina).
E' sacrosanta la considerazione che leggeremo nella catechesi sotto riportata che :"Quando l’inginocchiarsi diventa pura esteriorità, semplice atto corporeo, diventa privo di senso; ma anche quando si riduce l’adorazione alla sola dimensione spirituale senza incarnazione, l’atto dell’adorazione svanisce, perché la pura spiritualità non esprime l’essenza dell’uomo. L’adorazione è uno di quegli atti fondamentali che riguardano l’uomo tutto intero. Per questo il piegare le ginocchia alla presenza del Dio vivo è irrinunciabile" (catechesi di J.Ratzinger v.sotto)
Ma ci sono e sempre ci saranno degli uomini che tentano di "forare la storia" attraverso  gesti protestanti e illuministi.
I superbi tuttavia, rimarranno  in quella loro orgogliosa postura diritta fino a quando a Dio piacerà farglielo fare !
Iddio Onnipotente permette tutto questo affinchè si possa dire "Poiché tu ci hai messi alla prova,  o Dio, ci hai passati al crogiuolo come l'argento".
Noi non dobbiamo neppure osservare i gesti dell'umana superbia.
Abbiamo meglio da fare : adorare, genuflessi, il Santissimo Sacramento dell'Altare!
Abbiamo meglio da fare : adorare in ginocchio a Croce !
Abbiamo meglio da fare : venerare inginocchiati le Sacre Immagini della Madonna e dei Santi!
Possiamo "forare la storia" solo con la nostra umiltà e con la santità individuale e comunitaria !
Ricordiamo sempre e in ogni istante la semplicità dei Santi che hanno servito il Signore Iddio nella Sua unica Chiesa.
Ricordiamoci SEMPRE di San Giovanni Paolo II, sofferente nel corpo , piagato dalla malattia deformante che inginocchiandosi anche sulla soglia della basilica di San Paolo fuori le mura, dopo l’apertura della quarta Porta Santa il 18 gennaio 2000, "insegnò" con il suo corpo e "coinvolse", in tale gesto di preghiera adorante, il primate anglicano Carey e il metropolita ortodosso Athanasios che gli stavano di fianco.
La Chiesa che insegna con l'amore e con il buon esempio dissipa le cattive abitudini degli uomini, derivanti dall'orgoglio dello scisma e dell'eresia.
Infine tuffimoci dell'apologia della edificante e santificante Liturgia cattolica secondo gli scritti del più grande teologo dei nostri tempi : Joseph Ratzinger.

Vi sono ambienti, che esercitano notevole influenza, che cercano di convincerci che non bisogna inginocchiarsi. Dicono che questo gesto non si adatta alla nostra cultura (ma a quale, allora?); non è conveniente per l’uomo maturo, che va incontro a Dio stando diritto, o, quanto meno, non si addice all’uomo redento, che mediante Cristo è divenuto una persona libera e che, proprio per questo, non ha più bisogno di inginocchiarsi.

Se guardiamo alla storia possiamo osservare che Greci e Romani rifiutavano il gesto di inginocchiarsi. Di fronte agli dei faziosi e divisi che venivano presentati dal mito, questo atteggiamento era senz’altro giustificato: era troppo chiaro che questi dei non erano Dio, anche se si dipendeva dalla loro lunatica potenza e per quanto possibile ci si doveva comunque procacciare il loro favore. Si diceva che inginocchiarsi era cosa indegna di un uomo libero, non in linea con la cultura della Grecia; era una posizione che si confaceva piuttosto ai barbari. Plutarco e Teofrasto definiscono l’atto di inginocchiarsi come un’espressione di superstizione; Aristotele ne parla come di un atteggiamento barbarico (Retorica, 1361 a 36). 
Agostino gli dà per un certo verso ragione: i falsi dei non sarebbero infatti altro che maschere di demoni, che sottomettono l’uomo all’adorazione del denaro e del proprio egoismo, che in questo modo li avrebbero resi «servili» e superstiziosi. 
L’umiltà di Cristo e il suo amore che è giunto sino alla croce, ci hanno liberato – continua Agostino – da queste potenze ed è davanti a questa umiltà che noi ci inginocchiamo.

In effetti, l’atto di inginocchiarsi proprio dei cristiani non si pone come una forma di inculturazione in costumi [181] preesistenti, ma, al contrario, è espressione della cultura cristiana che trasforma la cultura esistente a partire da una nuova e più profonda conoscenza ed esperienza di Dio.

L’atto di inginocchiarsi non proviene da una cultura qualunque, ma dalla Bibbia e dalla sua esperienza di Dio. 
L’importanza centrale che l’inginocchiarsi ha nella Bibbia la si può desumere dal fatto che solo nel Nuovo Testamento la parola proskynein compare 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, che viene presentato alla Chiesa come modello e criterio per la sua liturgia.

***

Osservando più attentamente possiamo distinguere tre atteggiamenti strettamente imparentati tra di loro. 
Il primo di essi è la prostratio: il distendersi fino a terra davanti alla predominante potenza di Dio; soprattutto nel Nuovo Testamento c’è, poi, il cadere ai piedi e, infine, il mettersi in ginocchio. 
I tre atteggiamenti non sono sempre facili da distinguere, anche sul piano linguistico. 
Essi possono legarsi tra di loro, sovrapporsi l’uno all’altro.

Per ragioni di brevità vorrei citare, a proposito della prostratio, due testi, uno tratto dall’Antico Testamento, l’altro dal Nuovo.

Quello tratto dall’Antico Testamento è la teofania a Giosuè prima della conquista di Gerico, che dallo scrittore biblico è posta in stretto parallelo con la teofania a Mosè presso il roveto ardente. Giosuè vede «il capo dell’esercito del Signore» e, dopo aver riconosciuto la sua identità, si getta a terra davanti a lui. In quel momento ode le parole che, in precedenza, erano già state rivolte a Mosè: «Togli i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo» (Gs 5,14s). Nella figura misteriosa del «capo dell’esercito del Signore» il Dio nascosto parla a Giosuè e davanti a Lui questi si getta a terra. È bella l’in[182]terpretazione di questo testo data da Origene: «C’è un altro capo delle potenze del Signore oltre al nostro Signore Gesù Cristo?». 
Giosuè adora dunque Colui che doveva venire, il Cristo veniente.

Per quanto riguarda, invece il Nuovo Testamento, a cominciare dai Padri è divenuta particolarmente importante la preghiera di Gesù al monte degli Ulivi. Secondo Matteo (26,39) e Marco (14,35) Gesù si prostra a terra, anzi, cade a terra (Mt); Luca, invece, che in tutta la sua opera - Vangelo e Atti degli Apostoli - è in maniera particolare il teologo del pregare in ginocchio, ci racconta che Gesù pregava in ginocchio.

Questa preghiera, come preghiera introduttiva alla Passione, è esemplare, sia per quanto riguarda il gesto che per i suoi contenuti. I gesti: Gesù fa sua la caduta dell’uomo, si lascia cadere nella sua caducità, prega il Padre dal più profondo abisso della solitudine e del bisogno umani. Ripone la sua volontà nella volontà del Padre: Non la mia volontà sia fatta, ma la Tua. Ripone la volontà umana nella volontà divina. Fa sua ogni negazione della volontà dell’uomo e la soffre con il suo dolore; proprio l’uniformare la volontà umana alla volontà divina è il cuore stesso della redenzione.

Difatti la caduta dell’uomo si poggia sulla contraddizione delle volontà, sulla contrapposizione della volontà umana alla volontà divina, che il tentatore dell’uomo fa ingannevolmente passare come condizione della sua libertà. Solo la volontà autonoma, che non si sottomette ad alcuna altra volontà, sarebbe, secondo lui, libertà. Non la mia volontà, ma la tua – è questa la parola della verità, poiché la volontà di Dio non è il contrario della nostra libertà, ma il suo fondamento e la sua condizione di possibilità. Solo rimanendo nella volontà di Dio la nostra volontà diventa vera volontà ed è realmente libera. La sofferenza e la lotta del monte degli Ulivi è la lotta per questa verità liberante, per l’unità di ciò che [183] è diviso, per una unione che è la comunione di Dio.

Comprendiamo così che in questo passo si trova anche l’invocazione d’amore del Figlio Padre: Abbà (Mc 14,36). 
Paolo vede in questo grido la preghiera che lo Spirito Santo pone sulle nostre labbra (Rm 8,15; Gal 4,6) e àncora così la nostra preghiera spirituale alla preghiera del Signore sul monte degli Ulivi.

Nella liturgia della Chiesa la prostratio appare oggi in due occasioni: il venerdì santo e nelle consacrazioni.

Il venerdì santo, giorno della crocifissione, essa è espressione adeguata del nostro sconvolgimento per il fatto di essere, con i nostri peccati, corresponsabili della morte in croce di Cristo. Ci gettiamo a terra e prendiamo parte alla sua angoscia, alla sua discesa nell’abisso del bisogno. Ci gettiamo a terra e riconosciamo così dove siamo e chi siamo: caduti, che solo Lui può sollevare. 
Ci gettiamo a terra come Gesù davanti al mistero della presenza potente di Dio, sapendo che la croce è il vero roveto ardente, il luogo della fiamma dell’amore di Dio, che brucia, ma non distrugge.

In occasione delle consacrazioni questo gesto esprime la consapevolezza della nostra assoluta incapacità di accogliere con le sole nostre forze il compito sacerdotale di Gesù Cristo, di parlare con il suo Io. Mentre i candidati all’ordinazione giacciono a terra, l’intera comunità radunata canta le litanie dei santi. 
Resta per me indimenticabile questo gesto compiuto in occasione della mia ordinazione sacerdotale ed episcopale. Quando venni consacrato vescovo la percezione bruciante della mia insufficienza, dell’inadeguatezza davanti alla grandezza del compito fu forse ancora più grande che in occasione della mia ordinazione sacerdotale. Fu per me meravigliosamente consolante sentire la Chiesa orante invocare tutti i santi, sentire che la preghiera della Chiesa mi avvolgeva e mi abbracciava fisicamente. 
Nella propria incapacità, che doveva esprimersi corporeamente in questo stare prostrati, questa preghiera, questa presenza di tutti i santi, dei vivi e dei morti, era una forza meravigliosa, e solo essa poteva sollevarmi, solo lo stare in essa poteva rendere possibile la strada che mi stava davanti.

***

In secondo luogo bisogna ricordare il gesto del cadere ai piedi, che nei Vangeli è indicato quattro volte (Mc 1,40; 10,17; Mt 17,14; 27,29) con il termine gonypetein. 
Partiamo da Mc 1,40. 
Un lebbroso va da Gesù e gli chiede aiuto; si getta ai suoi piedi e gli dice: «Se tu vuoi, puoi guarirmi». 
Qui è difficile valutare la portata di questo gesto. 
Non si tratta sicuramente di un vero atto di adorazione, ma di una preghiera espressa con fervore, anche con il corpo, in cui le parole manifestano una fiducia nella potenza di Gesù che va al di là della dimensione puramente umana. 
È diverso il caso dell’espressione classica dell’adorazione in ginocchio – proskynein.

Scelgo ancora una volta due esempi per chiarire la questione che si pone al traduttore. Anzitutto la storia di Gesù che, dopo la moltiplicazione dei pani, sosta sulla montagna, in colloquio con il Padre, mentre i discepoli lottano invano sul mare con il vento e le onde. 
Gesù va verso di loro sulle acque; Pietro gli si affretta incontro, ma impaurito, sprofonda nelle acque e viene salvato dal Signore. Gesù, allora, sale sulla barca e il vento si placa. 
Il testo, poi, prosegue: ma i discepoli sulla barca «gli si prostrarono davanti» e dissero: «veramente tu sei il Figlio di Dio!» (Mt 14,33). Precedenti traduzioni scrivevano: i discepoli adorarono Gesù sulla barca e dissero... 
Ambedue le traduzioni sono giuste, ambedue mettono in rilievo un aspetto di ciò che accade: quelle recenti l’espressione corporale, quelle più antiche l’avvenimento interiore. Difatti, dalla struttura del racconto si desume con estrema chiarezza che il gesto di riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio è adorazione.

Anche nel Vangelo di Giovanni incontriamo una simile problematica, nel racconto della guarigione del cieco nato. Questa storia, costruita teo-drammaticamente, si conclude in un dialogo tra Gesù e la persona sanata, che può essere considerato il prototipo del dialogo di conversione; inoltre, l’intera storia deve essere intesa come una spiegazione interiore dell’importanza esistenziale e teologica del battesimo. 
In questo dialogo Gesù aveva chiesto all’uomo se credeva nel figlio dell’Uomo. 
Alla domanda del cieco nato: «Chi è, Signore?» e alla risposta di Gesù: «Colui che ti parla», segue la professione di fede: «Io credo, Signore! 
Ed egli si prostrò davanti a lui» (Gv 9,35-38). 
Traduzioni precedenti avevano scritto: «ed egli lo adorò». 
Di fatto, tutta la scena mira all’atto di fede e di adorazione di Gesù, che ne segue: ora non sono aperti solo gli occhi dell’amore, ma anche quelli del cuore. 
L’uomo è diventato davvero vedente. 
Per l’interpretazione del testo è importante osservare che nel Vangelo di Giovanni la parola proskynein ricorre undici volte, di cui nove nel dialogo di Gesù con la Samaritana, presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4,19-24). 
Questa conversazione è tutta dedicata al tema dell’adorazione ed è fuori discussione che qui, come del resto in tutto il Vangelo di Giovanni, la parola ha sempre il significato di «adorare». Anche questo dialogo si conclude comunque – come quello con il cieco sanato – con l'autorivelazione di Gesù: «Sono io, che ti parlo».

Mi sono trattenuto a lungo su questo testo perché in esso compare qualcosa di importante. Nei due passi qui approfonditi il significato spirituale e quello corporeo della parola proskynein non sono affatto separabili.

II gesto corporale è, come tale, portatore di un senso spirituale – quello, appunto, dell’adorazione, senza del quale esso resterebbe privo di significato – mentre, a sua volta, il gesto spirituale, per sua stessa natura, in forza dell’unità fisico-spirituale della persona umana, deve esprimersi necessariamente nel gesto corporale. Ambedue gli aspetti sono integrati in una sola parola perché si richiamano intimamente l’un l’altro.

Quando l’inginocchiarsi diventa pura esteriorità, semplice atto corporeo, diventa privo di senso; ma anche quando si riduce l’adorazione alla sola dimensione spirituale senza incarnazione, l’atto dell’adorazione svanisce, perché la pura spiritualità non esprime l’essenza dell’uomo. 
L’adorazione è uno di quegli atti fondamentali che riguardano l’uomo tutto intero. 
Per questo il piegare le ginocchia alla presenza del Dio vivo è irrinunciabile.

***

Con ciò siamo già arrivati al tipico atteggiamento dell’inginocchiarsi su uno o su ambedue i ginocchi. Nell’Antico Testamento ebraico alla parola berek (ginocchio) corrisponde il verbo barak, inginocchiarsi.

Le ginocchia erano per gli ebrei un simbolo di forza; il piegarsi delle ginocchia è quindi il piegarsi della nostra forza davanti al Dio vivente, riconoscimento che tutto ciò che noi siamo, lo abbiamo da Lui. Questo gesto appare in importanti passi dell’Antico Testamento come espressione di adorazione. In occasione della consacrazione del tempio, Salomone «si inginocchiò davanti a tutta l’assemblea di Israele» (2Cr 6,3). Dopo l'esilio, nella situazione di bisogno in cui venne a trovarsi Israele dopo il ritorno in patria, Esdra ripete lo stesso gesto all’ora del sacrificio della sera: «Poi caddi in ginocchio e stesi le mani al mio Signore e pregai il Signore, mio Dio» (Esdra 9,5). Il grande salmo della Passione («Mio Dio, mio Dio perché mi hai abban[187]donato») si conclude con la promessa: «Davanti a Lui si piegheranno tutti i potenti della terra, davanti a Lui si prostreranno quanti dormono sotto terra» (Sal 22,30). 
Rifletteremo sul passo affine di Is 45,23 in contesto neotestamentario. 
Gli Atti degli Apostoli ci raccontano della preghiera in ginocchio di san Pietro (9,40), di san Paolo (20,36) e di tutta la comunità cristiana (21,5).

Particolarmente importante per la nostra questione è il racconto del martirio di santo Stefano. 
Il primo martire cristiano viene presentato nella sua sofferenza come perfetta imitazione di Cristo, la cui passione si ripete nel martirio del testimone fin nei particolari. 
Stefano, in ginocchio, fa così sua la preghiera del Cristo crocifisso: «Signore non imputare loro questo peccato» (At 7,60). 
Ricordiamo in proposito che Luca, a differenza di Matteo e di Marco, aveva parlato della preghiera in ginocchio del Signore sul monte degli Ulivi e osserviamo, quindi, che Luca vuole che l’inginocchiarsi del protomartire sia inteso come un entrare nella preghiera di Gesù.

L’inginocchiarsi non è solo un gesto cristiano, è un gesto cristologico. 
Il passo più importante sulla teologia dell’inginocchiarsi è e resta per me il grande inno cristologico di Fil 2,6-11. 
In questo inno prepaolino ascoltiamo e vediamo la preghiera della Chiesa apostolica e riconosciamo la sua professione di fede; ma sentiamo anche la voce dell’Apostolo, che è entrato in questa preghiera e ce l’ha tramandata; torniamo ancora una volta a percepire la profonda unità interiore di Antico e Nuovo Testamento, così come l’ampiezza cosmica della fede cristiana.
L’inno ci presenta Cristo in contrapposizione al primo Adamo: mentre questi cerca di arrivare alla divinità con le sole sue forze, Cristo non considera come un «tesoro geloso» la divinità, che pure gli è propria, ma si abbassa fino alla morte di croce. 
Proprio questa umiltà, che viene dall’amore, è il propriamente [188] divino e gli procura il «nome che è al di sopra di tutti i nomi», «perché tutti, in cielo e sulla terra e sotto terra, pieghino le loro ginocchia davanti al nome di Gesù...». 
L’inno della Chiesa apostolica riprende qui la parola profetica di Isaia 45,23: «Lo giuro su me stesso dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio...».

Nella compenetrazione di Antico e Nuovo Testamento è chiaro che Gesù, proprio in quanto è il Crocifisso, porta il «nome che è al di sopra di tutti i nomi» – il nome dell’Altissimo – ed è Egli stesso di natura divina. Per mezzo di Lui, il Crocifisso, si compie la profezia dell’Antico Testamento: tutti si pongono in ginocchio davanti a Gesù, Colui che è asceso, e si piegano così davanti all’unico vero Dio, al di sopra di tutti gli dei.

La croce è divenuta il segno universale della presenza di Dio, e tutto ciò che noi abbiamo finora udito sulla croce storica e cosmica, deve trovare qui il suo vero senso. La liturgia cristiana è proprio per questo liturgia cosmica, per il fatto che essa piega le ginocchia davanti al Signore crocifisso e innalzato. È questo il centro della vera «cultura» – la cultura della verità. Il gesto umile con cui noi cadiamo ai piedi del Signore, ci colloca sulla vera via della vita, in armonia con tutto il cosmo.

***

Si potrebbe aggiungere ancora molto, come, per esempio, la commovente storia che ci racconta Eusebio di Cesarea nella sua storia ecclesiastica, riprendendo una tradizione che risale a Egesippo (II secolo), secondo cui Giacomo, il «fratello del Signore», primo vescovo di Gerusalemme e «capo» della Chiesa giudeo-cristiana, aveva sulle ginocchia una sorta di pelle di cammello per il fatto che stava sempre in ginocchio, adorava Dio e implorava perdono per il suo popolo (II, 23, 6). 
Oppure il racconto tratto dalle sentenze dei Padri del deserto, secondo cui il diavolo fu costretto da Dio a mostrarsi a un certo abate Apollo, e il suo aspetto era nero, orribile a vedersi, con delle membra spaventosamente magre e, soprattutto, non aveva le ginocchia. 
L’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico.

Ma non voglio andare troppo in là. Vorrei aggiungere solo un’osservazione: l’espressione con cui Luca descrive l’atto di inginocchiarsi dei cristiani (theis ta gonata) è sconosciuta al greco classico. 
Si tratta di una parola specificamente cristiana. 
Con questa osservazione il cerchio si chiude là dove avevamo cominciato le nostre riflessioni. 
Può forse essere vero che l’inginocchiarsi è estraneo alla cultura moderna – appunto nella misura in cui si tratta di una cultura che si è allontanata dalla fede e che non conosce più colui di fronte al quale inginocchiarsi è il gesto giusto, anzi quello interiormente necessario.

Chi impara a credere, impara a inginocchiarsi; una fede o una liturgia che non conoscano più l’atto di inginocchiarsi, sono ammalate in un punto centrale. Dove questo gesto è andato perduto, dobbiamo nuovamente apprenderlo, così da rimanere con la nostra preghiera nella comunione degli apostoli e dei martiri, nella comunione di tutto il cosmo, nell’unità con Gesù Cristo stesso.[190]
Andrea Carradori



sabato 5 dicembre 2015

Tolentino: festa dell'Immacolata nel Centro Storico

Tolentino, Centro Storico, 
tradizionale festa dell’Immacolata
Martedì 8 dicembre 2015 : Festa dell’ IMMACOLATA 

- Ore 17 Chiesa di San Francesco ( piazza Mauruzi) raduno e Processione con la statua della Madonna
- Nella Chiesa del Sacro Cuore, detta dei sacconi : Consacrazione alla Madonna, canto del Tota Pulchra e delle Litanie Lauretane
- Distribuzione a tutti i fedeli della Medaglia Miracolosa ( benedetta)
- Celebrazione della S.Messa Cantata in latino e canto gregoriano

Quest’anno le celebrazioni saranno presiedute da Mons. PIO PESARESI, Vicario Episcopale della Diocesi di Macerata per il Clero e la vita consacrata : "poeta e cantore della Madonna" punto di riferimento spirituale per la devozione Eucaristica e Mariana.
Ringraziamo SER Mons.Nazzareno Marconi, Vescovo Diocesano, per aver incaricato Mons. Pesaresi ad aiutare il nostro Parroco don Andrea Leonesi per le celebrazioni nell'antico rito della Chiesa.

Peregrinatio Mariae lungo la Via Lauretana in occasione della Traslazione della Santa Casa di Loreto. Sosta a Tolentino


Peregrinatio Mariae
lungo la Via Lauretana
in occasione della
Traslazione della Santa Casa di Loreto
nell’imminenza dell’Anno Santo della Misericordia

Il programma “La Via Lauretana da Roma a Loreto: Tesori d'arte e di fede” accompagna la Peregrinatio Mariae, cammino di devozione verso la Santa Casa di Maria di Loreto, valorizzandone l’ispirazione di culto nel contesto del patrimonio culturale, storico ed artistico, di fede e tradizione, delle comunità incontrate nel territorio.

In particolare, si intende promuovere iniziative sui seguenti temi:

a) manifestazioni artistiche di ispirazione lauretani (riti, tradizioni e beni culturali)
b) giovani pellegrini (oratori, scuole, università, associazionismo giovanile, parrocchie)
c) cattedrali lungo la Via Lauretana ( percorsi di fruizione dei beni culturali, artistici, architettonici, paesaggistici, con particolare attenzione a quelli di ispirazione lauretana)

Vengono coinvolti soggetti del territorio, pubblici e privati, in termini di apporto di competenze, sostegno e risorse.


LA MADONNA DI LORETO A TOLENTINO. Domenica 6 dicembre


20.00: Arrivo della Statua a Tolentino nella Chiesa dell’Addolorata.

21.00: Arrivo della Statua alla Chiesa del Sacro Cuore (sacconi). Preghiera.

Lunedì 7 dicembre

8.00: Processione dalla Chiesa del Sacro Cuore (sacconi) alla Chiesa di San Francesco.

8.45: Celebrazione Eucaristica presso la Chiesa di San Francesco.

9.45: Processione dalla Chiesa di San Francesco alla Basilica di San Nicola.

10.00: Arrivo alla Basilica San Nicola. Preghiera con le Scolaresche.

17.00: Processione da San Nicola alla Concattedrale di San Catervo.

17.30: SAN CATERVO Santo Rosario e Litanie Lauretane.

18.00: Santa Messa presieduta da SER Mons. Nazzareno Marconi.

19.00 – 22.00: Momento di preghiera con animazione delle Aggregazioni Laicali.

22.00: Veglia di preghiera che si protrae lungo la notte.

Martedì 8 dicembre SAN CATERVO

6.00: Celebrazione Eucaristica.

7.00: Partenza della Statua.

venerdì 4 dicembre 2015

Schifoso razzismo nel vocabolario degli ecclesiastici progressisti!

Se la Chiesa tedesca, senza fedeli e in uno scisma de facto, si permette di dare lezioni ai «poveri» africani

Di Marco Tosatti

Strana Chiesa, quella tedesca. 
La punta di lancia della battaglia per ammettere i divorziati-risposati all’eucaristia senza se e senza ma, pronta ad accettare nelle fila dei suoi numerosissimi dipendenti anche persone che contraddicono in maniera plateale l’insegnamento della Chiesa in tema di matrimonio, omosessualità ecc. ecc. 

E anche protagonista di qualche caduta di tono, rivelatrice di una mentalità. 

Per esempio, su Katholisch.de, il website ufficiale della Chiesa tedesca, ha scritto un articolo intitolato “La romantica, povera Chiesa”. 
Björn Odendahl nel suo articolo scriveva: “Così anche in Africa. Naturalmente la Chiesa sta crescendo laggiù. 
Cresce perché le persone sono socialmente dipendenti e spesso non hanno nient’altro se non la fede”. 
Da notare che la Chiesa in Germania sta soffrendo di un’emorragia di fedeli senza precedenti. 
Al contrario la Chiesa in Africa sta vivendo un’espansione di grande rilievo, tale da far apparire il continente come il reale serbatoio di cattolici del mondo, mentre ovunque altrove, compresa l’America Latina, le cifre sono in discesa. 

 

Sempre riferendosi alla Chiesa in Africa Katholisch.de scrive: “Cresce perché la situazione dell’istruzione nella media è nella media a un livello abbastanza basso e la gente accetta risposte semplici a domande difficili. 
E anche il numero crescente di preti è il risultato non solo di potenze missionaria ma anche il risultato del fatto che il sacerdozio è una delle poche possibilità di sicurezza sociale nel continente nero”. 
Insomma... 
E nei giorni scorsi l’organizzazione di laici cattolici Zentralkomitee der Deutschen Katholiken (Comitato Centrale dei cattolici tedeschi, ZDK) ha eletto come presidente Thomas Sternberg, un teologo e politico, che ha firmato di recente una petizione, insieme ad altri laici cattolici e politici, per chiedere che lo Stato dia la sua approvazione alle unioni fra persone dello stesso sesso. 

 

Un paio di settimane fa la radio dell’arcidiocesi di Colonia mandava in onda un’intervista allo stesso Sternberg in cui sosteneva che ben presto “non ci sarà più nessun conflitto riguardo alle donne e agli uomini cattolici che lavorano nel campo della vita umana prima della nascita, come è compiuta dall’organizzazione Donum Vitae. 
Tali inutili temi di controversia devono essere rimossi, e relativamente in fretta.” 
Donum Vitae è un’organizzazione controversa, che in passato è stata rimproverata dai vescovi tedeschi, e che fa parte del sistema legale tedesco che permette l’aborto su richiesta. 
Nel 2006 i vescovi tedeschi proibirono ogni cooperazione da parte della Chiesa con Donum Vitae.   

Il Timone

giovedì 3 dicembre 2015

Clero allo sbando : autoliquidazione del cristianesimo!

TAFAZZI NO
di Mario Adinolfi
C'è il preside di Rozzano che "per gli attentati di Parigi" ferma la festa di Natale e la trasforma in "festa d'inverno" da celebrare il 21 gennaio, c'è l'asilo di Fonte Nuova che toglie Gesù dal presepio e trasforma i Re Magi in generici "migranti", c'è la scuola del Bergamasco che mette al bando "Adeste Fideles" perché canto troppo cristiano, c'è la scuola veneta dove il professore di fisica si presenta travestito con parrucca bionda e obbliga gli allievi quattordicenni a chiamarlo Cloe e c'è l'istituto di Sassari che vieta al vescovo la visita alla scuola suggerendo un incontro "solo con i bambini dichiaratamente cattolici" nei locali di una parrocchia, c'è il ministro che osserva tutto questo accadere e sostanzialmente tace e c'è il vescovo che spiega che tutto sommato è giusto fare passi indietro per non infastidire le altre religioni. 
Poi ci spiegano che i cristiani non devono fare proselitismo, giusto pure questo, infine finiamo a Monza e scopriamo che un istituto cattolico rinuncia alla celebrazione della Messa riservata alle classi per la conclusione dell'anno solare scolastico e l'avvio delle vacanze di Natale. 
L'istituto cattolico cancella la Messa, spiega che la solita cosa, che la "celebrazione eucaristica può turbare le sensibilità diverse". (QUI)
E insomma, verrebbe da dire, va bene tutto, la scuola statale si definisce laica e in realtà si considera atea e il ministro è contento così, ma adesso manco mandando i figli alla scuola cattolica possiamo sperare in una funzioncina che ricordi a ragazzi che ci piacerebbe fossero educati ai valori cristiani, qual è il valore cristiano del Natale? 
Si può sopportare tutto, forse, in nome di 'sto benedetto quieto vivere. 
Ma la cretineria no. 
Ma la sindrome di Tafazzi, il prendersi a bottigliate sulla palle da soli, quello anche no.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il Papa: "la convivenza tra ricchezza e miseria è uno scandalo, è una vergogna per l’umanità"

PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 2 dicembre 2015


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nei giorni scorsi ho compiuto il mio primo Viaggio apostolico in Africa. 
È bella l’Africa! 
Rendo grazie al Signore per questo suo grande dono, che mi ha permesso di visitare tre Paesi: dapprima il Kenia, poi l’Uganda e infine la Repubblica Centrafricana. 
Esprimo nuovamente la mia riconoscenza alle Autorità civili e ai Vescovi di queste Nazioni per avermi accolto, e ringrazio tutti coloro che in tanti modi hanno collaborato. Grazie di cuore!
Il Kenia è un Paese che rappresenta bene la sfida globale della nostra epoca: tutelare il creato riformando il modello di sviluppo perché sia equo, inclusivo e sostenibile. 
Tutto questo trova riscontro in Nairobi, la più grande città dell’Africa orientale, dove convivono ricchezza e miseria: ma questo è uno scandalo! 
Non solo in Africa: anche qui, dappertutto. 
La convivenza tra ricchezza e miseria è uno scandalo, è una vergogna per l’umanità. 
In ogni occasione ho incoraggiato a fare tesoro della grande ricchezza di quel Paese: ricchezza naturale e spirituale, costituita dalle risorse della terra, dalle nuove generazioni e dai valori che formano la saggezza del popolo. 
In questo contesto così drammaticamente attuale ho avuto la gioia di portare la parola di speranza di Gesù: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”. 
Questo era il motto della visita. 
Una parola che viene vissuta ogni giorno da tante persone umili e semplici, con nobile dignità; una parola testimoniata in modo tragico ed eroico dai giovani dell’Università di Garissa, uccisi il 2 aprile scorso perché cristiani. 
Il loro sangue è seme di pace e di fraternità per il Kenia, per l’Africa e per il mondo intero.
Poi, in Uganda la mia visita è avvenuta nel segno dei Martiri di quel Paese, a 50 anni dalla loro storica canonizzazione, da parte del beato Paolo VI. Per questo il motto era: «Sarete miei testimoni» (At 1,8). Un motto che presuppone le parole immediatamente precedenti: «Avrete forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari. E tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo. Testimonianza in senso esplicito è il servizio dei catechisti, che ho ringraziato e incoraggiato per il loro impegno, che spesso coinvolge anche le loro famiglie. Testimonianza è quella della carità, che ho toccato con mano nella Casa di Nalukolongo, ma che vede impegnate tante comunità e associazioni nel servizio ai più poveri, ai disabili, ai malati. Testimonianza è quella dei giovani che, malgrado le difficoltà, custodiscono il dono della speranza e cercano di vivere secondo il Vangelo e non secondo il mondo, andando contro-corrente. Testimoni sono i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che rinnovano giorno per giorno il loro “sì” totale a Cristo e si dedicano con gioia al servizio del popolo santo di Dio. E c’è un altro gruppo di testimoni, ma ne parlerò dopo. Tutta questa multiforme testimonianza, animata dal medesimo Spirito Santo, è lievito per l’intera società, come dimostra l’opera efficace compiuta in Uganda nella lotta all’AIDS e nell’accoglienza dei rifugiati.
La terza tappa del viaggio è stata nella Repubblica Centrafricana, nel cuore geografico del continente: proprio, è il cuore dell’Africa. Questa visita era in realtà la prima nella mia intenzione, perché quel Paese sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Per questo ho voluto aprire proprio là, a Bangui, con una settimana di anticipo, la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, come segno di fede e di speranza per quel popolo, e simbolicamente per tutte le popolazioni africane le più bisognose di riscatto e di conforto. L’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva» (Lc 8,22), era il motto per il Centrafrica. “Passare all’altra riva”, in senso civile, significa lasciare alle spalle la guerra, le divisioni, la miseria, e scegliere la pace, la riconciliazione, lo sviluppo. Ma questo presuppone un “passaggio” che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone. E a questo livello è decisivo l’apporto delle comunità religiose. Perciò ho incontrato le Comunità Evangeliche e quella musulmana, condividendo la preghiera e l’impegno per la pace. Con i sacerdoti e i consacrati, ma anche con i giovani, abbiamo condiviso la gioia di sentire che il Signore risorto è con noi sulla barca, ed è Lui che la guida all’altra riva. E infine nell’ultima Messa, allo stadio di Bangui, nella festa dell’apostolo Andrea, abbiamo rinnovato l’impegno a seguire Gesù, nostra speranza, nostra pace, Volto della divina Misericordia. Quell’ultima Messa è stata meravigliosa: era piena di giovani, uno stadio di giovani! Ma più della metà della popolazione della Repubblica Centrafricana sono minorenni, hanno meno di 18 anni: una promessa per andare avanti!
Vorrei dire una parola sui missionari. Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto… Da giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto tanto lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana: “Quanti anni ha?”, ho chiesto. “81” – “Ma, non tanto, due più di me”. - Questa suora era là da quando aveva 23-24 anni: tutta la vita! E come lei, tante. Era con una bambina. E la bambina, in italiano, le diceva: “Nonna”. E la suora mi ha detto: “Ma io, proprio non sono di qua, del Paese vicino, del Congo; ma sono venuta in canoa, con questa bambina”. Così sono i missionari: coraggiosi. “E cosa fa lei, suora?” – “Ma, io sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica e ho fatto nascere 3.280 bambini”. Così mi ha detto. Tutta una vita per la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello.
Io vorrei dire una parola ai giovani. Ma, ce ne sono pochi, perché la natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1%. Ma mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita. Pensate a questa suora e a tante come lei, che hanno dato la vita e tante sono morte, là. La missionarietà, non è fare proselitismo: mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente.
Lodiamo insieme il Signore per questo pellegrinaggio in terra d’Africa, e lasciamoci guidare dalle sue parole-chiave: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”; “Sarete miei testimoni”; “Passiamo all’altra riva”.

Saluti:
Je salue cordialement les pèlerins de langue française. Nous sommes entrés dans le temps l’Avent. C’est un temps d’espérance que le Seigneur nous propose de vivre pour mieux nous disposer à le recevoir dans notre vie et dans notre monde. Que la Vierge Marie vous accompagne sur votre route et vous conduise à son Fils.
Que Dieu vous bénisse.
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese. Siamo entrati nel tempo di Avvento. È un tempo di speranza che il Signore ci propone di vivere per disporci meglio ad accoglierlo nella nostra vita e nel nostro mondo. Che la Vergine Maria vi accompagni sul vostro cammino e vi conduca al suo Figlio.
Che Dio vi benedica!
]
I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, including those from England, Australia, Korea and the United States of America. My special greeting goes to the group “Up with People” for sharing with us their music. Upon you and your families I invoke the Lord’s blessings of joy and peace. God bless you all!
[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Australia, Corea e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai giovani del gruppo “Up with People – Viva la Gente” per i loro canti. Spero che continuino a cantare, eh? Su tutti voi e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica! ]
Mit Freude heiße ich die Brüder und Schwestern aus den Ländern deutscher Sprache willkommen. Meine Reise nach Afrika am Vorabend des außerordentlichen Heiligen Jahres der Barmherzigkeit ist eine Einladung an uns alle, unseren missionarischen Eifer zu erneuern, um Jesus Christus nachzufolgen, der unsere Hoffnung, unser Friede und das Antlitz des barmherzigen Gottes ist. Schönen Aufenthalt in Rom und einen gesegneten Advent!
[Sono lieto di dare il benvenuto ai fratelli e alle sorelle provenienti dai paesi di lingua tedesca. Il mio viaggio in terra d’Africa alla vigilia dell’Anno Santo straordinario della Misericordia è un invito per tutti noi a rinnovare l’impegno missionario di seguire Gesù Cristo, nostra speranza e nostra pace, il Volto di Dio misericordioso. Buon soggiorno a Roma e buon tempo di Avvento!]
Saludo a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos venidos de España y de Latinoamérica. Invito a todos a dar gracias al Señor por este primer Viaje Apostólico a África, y a pedirle que dé abundantes frutos y muchos misioneros. Muchas gracias.
Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa aqui presentes. Neste início de Advento, perguntemo-nos como viver mais profundamente o nosso compromisso de seguir o Rosto da Misericórdia divina que é Jesus, nossa esperança e nossa paz. Que Deus vos abençoe!
[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese qui presenti. In questo inizio di Avvento, domandiamoci come vivere più profondamente l’impegno a seguire il Volto della Misericordia divina che è Gesù, nostra speranza e nostra pace. Dio vi benedica!]
أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربيّة، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، إنّ يوبيل الرّحمة هو التزام جديد لنا نحن المسيحيّين لنشهد لإيماننا بحماسة وقناعة ولنكون العلامة الحيّة لمحبّة الآب في العالم. ليبارككُم الربّ!
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, il Giubileo della Misericordia è un nuovo impegno per noi cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la nostra fede e per essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre. Il Signore vi benedica!]
Pozdrawiam serdecznie Polaków przybyłych na audiencję i tych, którzy łączą się z nami przez radio i telewizję. Dziękuję wam za modlitewne wsparcie mojej podróży apostolskiej do Afryki. Rozpoczęliśmy okres Adwentu. W kontekście Nadzwyczajnego Jubileuszu Miłosierdzia, który wkrótce zaczniemy, niech będzie on dla nas czasem modlitwy, szczególnej czujności i otwarcia serc dla Jezusa Miłosiernego. Na to duchowe przygotowanie do świąt Bożego Narodzenia z serca wam błogosławię.
[Saluto cordialmente i Polacchi venuti a quest’udienza e quelli che si uniscono a noi tramite la radio e la televisione. Vi ringrazio per il sostegno della vostra preghiera durante il mio viaggio apostolico in Africa. Abbiamo iniziato il tempo d’Avvento. Nel contesto del Giubileo Straordinario della Misericordia, sia per noi tempo di preghiera, di particolare vigilanza e di apertura dei cuori a Gesù Misericordioso. Mentre ci prepariamo spiritualmente al Natale, vi benedico di cuore.]
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martedì 1 dicembre 2015

Roma 8 dicembre: tradizionale processione mariana in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia


PER LA FESTA DELL’IMMACOLATA

UNA GRANDE FIACCOLATA CON LA MADONNA DI FATIMA

IN VIA DEL CORSO

La processione partirà davanti alla Chiesa di Gesù e Maria in Via del Corso, alle ore 17.15, e la conclusione avrà luogo presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva, piazza della Minerva.
 
In seguito alla prima grande processione dell’8 dicembre 2008, organizzata per i 150 anni delle apparizioni a Lourdes, in seguito alle altre processioni organizzate a Roma dall’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, l’8 dicembre p.v. si svolgerà nuovamente, in Via del Corso, una processione vespertina, con fiaccolata, in onore dell’Immacolata Concezione. 
La processione è diventata un evento importante grazie alla presenza, anche quest'anno, di Sua Eccellenza Mons. Zuppi, già Vescovo ausiliare del Centro storico di Roma, ora nuovo Arcivescovo di Bologna, e grazie anche alla collaborazione dei parroci della zona. 
Quest'anno la fiaccolata viene organizzata in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da Sua Santità il Papa Francesco. 
Sarà presente Sua Eccellenza Mons. Pozzo, e verrà anche una delegazione di seminaristi di Gricigliano. 
L'Istituto di Cristo Re è presente a Roma dal 1992, e celebra secondo il Messale di San Giovanni XXIII nella splendida chiesa di Gesù e Maria al Corso, retta  dagli Agostiniani scalzi.