domenica 7 febbraio 2016

Il Generale Giuseppe La Hoz e l'Insorgenza cattolica a difesa della vera Fede

Insorgenze antigiacobine: la tomba del gen. La Hoz a Loreto

Articolo de “Il Messaggio della Santa Casa", rivista della basilica di Loreto, sulla tomba di Giuseppe La Hoz, che da generale giacobino divenne comandante degli insorgenti. 
Il gen. La Hoz fu uno dei protagonisti delle gloriose insorgenze antigiacobine e antinapoleoniche (1796-1814), che videro la popolazione cattolica di tutta la Penisola insorgere contro la rivoluzione liberale e massonica.

La tomba di Giuseppe La Hoz nel santuario di Loreto

Giuseppe La Hoz (1776 – 1799), di antica famiglia spagnola del Milanese, fu il più rinomato uomo d’armi transitato a Loreto alla fine del secolo XVIII, dopo Napoleone.

L’uomo d’armi
Nel 1795 abbandonò l’esercito austriaco per passare a quello francese e, quale aiutante del Bonaparte, si distinse nel reprimere i moti antifrancesi nel Veneto e nell’organizzare le sollevazioni in Piemonte nel 1797. 
Nominato comandante della Piazza di Milano, si rivelò un fiero giacobino. 
Quando nel 1797 fu inviato a Parigi per protestare contro l’atteggiamento del Direttorio nei riguardi dell’Italia, fu destituito dal suo grado militare. 
Dopo essere stato reintegrato, nel 1799 tentò invano di creare un’ amministrazione autonoma del Dipartimento del Rubicone, del quale era comandante militare. 
Nuovamente destituito, si unì agli insorti italiani del 1799 e passò all’armata austro-russa, scesa in Italia in quello stesso anno. Guidò l’insorgenza nelle Marche e morì sotto le mura di Ancona, difesa dai francesi, nel settembre 1799. 
Figura enigmatica, il La Hoz è stato sottoposto a giudizi contrastanti: chi lo ha visto come un invidioso antagonista di Napoleone e chi come un coraggioso pioniere della liberazione d’Italia (interpretazione che i nazionalisti diedero agli insorgenti, visti come precursori del “risorgimento”. In realtà le insorgenze furono a difesa della Chiesa e della religione – e dei legittimi sovrani, anche se alcune corti non erano immuni dallo spirito rivoluzionario -, mentre il risorgimento continuò l’azione rivoluzionaria anticristiana e antipapale, ndr). 
Monaldo Leopardi, nella sua Autobiografia scrive: «lo ritengo per certo che La Hoz aveva il genio e i pensieri del Bonaparte e che solo le circostanze gli hanno resi dissimili ».

Il passaggio a Loreto
La presenza del La Hoz a Loreto si ricollega ai movimenti insurrezionali nelle Marche scoppiati contro l’invasione francese, dei quali egli, il 17 giugno 1799, assunse la guida. I primi di agosto entrò a Recanati con circa duemila uomini, silenziosi e disciplinati, con quaranta cavalli, sei cannoni e qualche carriaggio. 
Si accampò a mezza via tra Recanati e Loreto, in un terreno dell’amministrazione del santuario. Il 4 agosto entrò a Loreto e i francesi abbandonarono definitivamente la città mariana che fu sottoposta alla Reggenza imperiale-reale pontificia, costituita già l11 luglio precedente per la Marca di Ancona e di Fermo. 
Giuseppe La Hoz cadde in battaglia ad Ancona alla fine di settembre e, il giorno dopo la morte il suo corpo fu trasportato nella basilica di Loreto e seppellito con grandi onori nella cripta cimiteriale, ora Cripta del Crocifisso.

Ricognizione del cadavere
Il 25 marzo 1941, su invito di padre Bernardino Tassotti da Lapedona, a quel tempo rettore del santuario di Loreto, Domenico Spadoni, presidente del Comitato di Macerata del Regio istituto del risorgimento italiano e autore di un’apprezzata monografia sul La Hoz, con Amedeo Ricci, facente funzioni di segretario del detto Comitato, e con Anton Maria Grasselli, giornalista de «Il Messaggero», procedette alla ricognizione della tomba del La Hoz situata presso la finestra, a destra di chi osserva l’abside. 
L’ubicazione corrispondeva alle indicazioni lasciate dallo storico del santuario don Vincenzo Murri (1753 – 1839) nei suoi «Annali» manoscritti. 
Rimossi i mattoni del pavimento che copriva la tomba, alla profondità di circa cm. 50, fu trovata una duplice cassa di abete i cui coperchi furono schiodati. 
Da questo punto si trascrive il testo del «Verbale della ricognizione ed identificazione della salma del Generale Giuseppe La Hoz », custodito nell’ Archivio Storico della Santa Casa.
«Sul primo coperchio di legno è dipinta in nero una lunga Croce e all’altezza del braccio trasversale di essa si legge la seguente scritta: G. G. La Hoz. Sopra la detta tavola si vedono i resti di nove sigilli in cera lacca rossa con l’impronta dell’aquila bicipite e intorno la scritta: Comandante militare di Loreto, e di un nastro di seta , parimenti rosso, col quale fu legata e quindi sigillata la duplice cassa. 
Sollevato il coperchio, appare il secondo su cui è una Croce e la data 1799. 
Rimosso anche il secondo coperchio, appare la salma, abbastanza conservata, di un uomo in posizione supina, della statura di m. 1,70 circa e di stretto torace, con la mano destra distesa sull’inguine. 
Il corpo è parzialmente coperto da un panno bianco, che si reputa un lenzuolo, ma che potrebbe essere anche un mantello. 
Al tatto si sfalda e appare di leggere trama. 
La salma indossa una giubba corta, di colore difficilmente identificabile, ma tende al bigio. 
Essa è a un petto, con bottoni di metallo e col bavero molto aperto sul collo, il quale è avvolto da un’alta cravatta. 
Detta giubba viene identificata con la marsina militare in uso verso la fine del sec. XVIII. 
Inoltre si vedono i pantaloni aderenti, di colore difficilmente definibile, retti da una cintura di cuoio, e gli stivaloni bassi terminanti a curva ricurva. 
Il volto è coperto da un fazzoletto che aderisce e ne dissimila i lineamenti; la testa appare piccola e inclinata a destra. 
Non si vedono capelli». 
Il verbale prosegue con le considerazioni dello Spadoni, che non esitò a indentificare la salma con quella del La Hoz, notando, oltre al resto, che «la testa è piccola, quale appare nell’unico ritratto che di lui è stato tramandato e si conserva nel Museo del risorgimento di Macerata». 
Dopo la chiusura del sepolcro, i ricognitori stabilirono di porre subito una lapide, la quale è tuttora in sede con la seguente scritta: «Gen. Giuseppe La Hoz – Caduto sotto Ancona nel 1799 – Il Comitato Maceratese dell’istituto Storico del Risorgimento – Nel 1941 – XIX Pose». Lo Spadoni, il Ricci e padre Tassotti firmarono il verbale. 
Nel gennaio – febbraio 1995, quando furono alcuni lavori di restauro nella Cripta del Crocifisso, compreso il pavimento, la tomba fu nuovamente aperta e la salma del generale La Hoz fu ancora vista da alcuni con comprensibile stupore. 
Peccato che in quella circostanza non sia stata fatta neppure una foto!

Da “Il Messaggio della Santa Casa”, n. 8, settembre-ottobre 2015.

giovedì 4 febbraio 2016

La canonizzazione del beato José Luis Sánchez del Río vittima della persecuzione anti-cattolica in Messico

Il 22 gennaio Papa Francesco ha firmato il decreto che riconosce un miracolo al beato José Luis Sánchez del Río (1913-1928), autorizzandone così la canonizzazione. 
È il giovane che appare in una delle scene madri (romanzata) del famoso film Cristiada di Dean Wright, interpretato dal messicano Maurico Kuri, nato nel 1997, e ambientato durante la guerra civile che tra il 1926 e il 1929 oppose i cattolici all’ideologia socialista e nazional-massonica del governo messicano. 
Il despota Plutarco Elías Calles (1877-1945), fondatore del Partito Nazionale Rivoluzionario (ribattezzato poi Partito Rivoluzionario Istituzionale) che ha governato il Messico dal 1929 al 2000, aveva dichiarato guerra alla Chiesa Cattolica, facendo della persecuzione antireligiosa una pratica quotidiana, e così i cattolici insorsero in armi al grido di «Viva Cristo Re!», da cui il nomignolo (in origine dispregiativo) di cristeros. Indispensabile è lo studio di Mario Arturo Iannaccone, Cristiada. 
L’epopea dei Cristeros in Messico (Lindau, Torino 2013).
"Joselito" fu torturato e ucciso barbaramente per essersi rifiutato di abiurare la fede. 
Aveva solo 14 anni.
Continua QUI

Fonte : Il Timone

domenica 31 gennaio 2016

Il tradimento dei chierici e il “fumo di Satana” di montiniana memoria

C’è senza dubbio tanta provocazione, voluta, in questo titolo e che comprenderete nel finale, ma anche tanta amarezza che condividiamo e preleviamo dall’articolo di Antonio Socci: Un retroscena sconcertante.
Ad un certo punto Socci fa sapere di un fatto che ha davvero del diabolico e del perverso e scrive:
“Lo dico con dolore e inquietudine. 
Ma questa precisa sensazione mi è venuta quando ho saputo un fatto, finora sconosciuto, che purtroppo permette di capire molte cose. 
Com’è noto, nella Basilica di San Pietro ogni mattina si celebrano molte messe e sono tanti i gruppi che, prenotandosi, le fanno celebrare.

Dunque nei giorni scorsi un gruppo di persone che dovevano venire al Family day avevano prenotato una Messa alle 7 del sabato mattina. 
Tutto a posto, tutto normale, come sempre.
Ma all’ultimo momento  è arrivata una comunicazione sconcertante: annullate tutte le messe.
All’insistente richiesta di spiegazioni alla fine è stato risposto – a quanto mi riferiscono – che per coloro che partecipavano al “Family day” non era ritenuto opportuno celebrare messe…
Siamo dunque a questo punto. 
Credo che ogni commento sia inutile. 
Questo sarebbe il Vaticano oggi? 
Dov’è la paternità? 
Qual è mai quel padre cattolico che per punire i figli (rei di vivere la fede con coraggio e generosità) arriva a privarli della Messa?
Com’è possibile arrivare a consumare così sciocche e meschine vendette? 
Questa sarebbe l’epoca della “misericordia”?
C’è una cosa urgente da fare: pregare per coloro che oggi dovrebbero fare i pastori del gregge, per coloro che sarebbero “pastori”…
Pregare oggi più che mai. 
Pregare davvero con tutto il cuore per la nostra povera Chiesa”.
Dirsi sconcertati o senza parole, è poco! 
Qui siamo di fronte a quel “fumo di Satana” di montiniana memoria che, è evidente, sta oscurando del tutto la vera memoria della Chiesa. 
E di quale memoria parliamo?

Fonte : QUI

sabato 30 gennaio 2016

Ecco gli italiani: oggi, a Roma, al Circo Massimo, c'era l'Italia!

Ecco gli italiani.
Sono coloro che si battono per i loro figli e per tutti i figli delle decine di milioni di persone che si "disinteressano", pensando di essere furbe e all'avanguardia...
Ecco gli italiani.
Sono coloro che si battono anche per i figli di chi vuole dare i loro figli in pasto agli orchi.
Ecco gli italiani.
Famiglie serene, ridenti, ordinate, ma anche ferme e decise.
Ecco gli italiani.
Nessun disordine, nessun negozio spaccato, nessun cassonetto incendiato, nessun agente aggredito.
Ecco gli italiani.
Sono coloro che fanno il dovere al posto di chi dovrebbe fare il proprio dovere.
Questi sono gli italiani.
Tutto il resto... non è Italia. 
In certi casi, non è neanche più "umanità", nel senso più completo del concetto.
Oggi è stata una vittoria degli italiani, della famiglia naturale, del Bene.
Oggi, a Roma, al Circo Massimo, c'era l'Italia. 
Quella vera.
Grazie a tutti.
Sappiate, però, che questa manifestazione non è la fine di niente, ma deve essere l'inizio di tutto. La guerra continua, purtroppo lo sappiamo bene. 
Ma gli italiani, oggi, si sono alzati in piedi. 
Ora non bisogna abbassare la guardia.
Per i figli degli italiani, per i figli dei non più italiani, per tutti i figli del mondo.
Massimo Viglione

Family day: baluardo a difesa dell'Uomo

Attacco alla famiglia

Ultimo baluardo a difesa dell’Uomo



Credo sia chiaro, a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare a leggere fin qui, come l’Uomo sia oggi sottoposto ad una serie di attacchi volti a spaventarlo, sottometterlo, controllarlo e, in definitiva, allontanarlo dal suo Creatore, come annunciato all’inizio del libro. 
Ma se questo si vedrà, in forma compiuta, nell’ultimo capitolo, dove affronteremo anche una possibile strategia difensiva, mi preme qui accennare velocemente ad una delle battaglie occulte condotte dal sistema per rendere questo Uomo sempre più inerme ed indifeso: la lotta contro la famiglia naturale.



Mi pare infatti abbastanza evidente che tanto più l’essere umano è solo, privo di relazioni con un gruppo, privo di un senso di appartenenza, tanto più è facile bersaglio di paure, condizionamenti e tecniche di controllo. 
Al contrario, in una comunità unita, coesa, dove i membri possano sviluppare le proprie capacità relazionali, cognitive, dove possano imparare nella concretezza del fare, dello stare insieme agli altri, del superare le proprie difficoltà, le persone crescono, maturano, diventano più autonome, più sagge e più difficilmente condizionabili. Insomma, il piccolo gruppo è una vera e propria palestra di crescita individuale, dove i giovani imparano dagli anziani, e si cimentano con le difficoltà della vita non abbandonati a sè stessi ma accompagnati dall’amore di chi veglia su di loro, dove imparano sulla propria pelle le difficoltà della convivenza ma anche il piacere della complicità, dello stare insieme, e dove acquisiscono fiducia, autonomia e sicurezza in sè stessi. 
E, viceversa, il rapporto di crescita avviene in entrambi i sensi: se appare naturale e scontato che i figli imparino dai genitori, i giovani dagli anziani, altrettanto vero, anche se meno intuitivo, è che i figli, i giovani, facendo da riflesso, invitano i genitori ad una maturazione più profonda e completa di quanto questi ultimi non potrebbero fare da soli. 
Una sorta di complementarietà che, grazie al confronto continuo, permette ed obbliga al tempo stesso quella crescita che ciascuno di noi deve compiere.



E in questa crescita, in questa progressione spirituale ed individuale le persone diventano più forti, più consapevoli, più sagge e meno soggette ai vari tentativi di condizionamento imposti dall’esterno. 
La famiglia costituisce, quindi, una barriera, un gruppo a sostegno, un filtro, una sorta di antidoto al condizionamento che invece riesce così bene laddove le persone sono sole e indifese come polli in batteria, ognuno solo contro tutti e soggiogabile con maggiore facilità.



Lo stesso non si può dire per grandi aggregazioni, grandi gruppi dove l’individuo cerca di rifugiarsi per sottrarsi all’incubo della solitudine, per avere un senso di appartenenza, per avere “un posto nel mondo”. 
Lì basta pilotare il gruppo prendendone la guida, condizionandone i vertici, direzionare con slogan o paura del nemico, e il condizionamento riesce ancora più facile. 
Chi non ricorda il film tedesco “L’onda”, dove un esperimento fatto quasi per gioco da un professore in un liceo trova terreno fertile fra gli studenti proprio per il bisogno innato di identificazione e di appartenenza dei ragazzi? 
E – forse non a caso – proprio la famiglia in quel film viene rappresentata come assente, incapace di offrire ai ragazzi quella solidità affettiva e spirituale indispensabile per costruire individui sicuri, che non corrano dietro a questo o quello slogan come bandierine al vento perchè non hanno alcuna radice, nessun valore fermo, non negoziabile, su cui costruire la propria identità.
( continua QUI )

Su Messainlatino foto del Family day di oggi 30 gennaio 2016 al Circo Massimo

giovedì 28 gennaio 2016

Filippine,Cebu.Cardinale Zen:i giovani che partecipano alla Messa in latino scavano più profondamente nella fede cattolica

Al 51° Congresso eucaristico internazionale in corso a Cebu, nelle Filippine, sono state celebrate due Messe secondo la forma straordinaria del Rito antico, cioè la “Messa in latino”. 
Le celebrazioni sono state organizzate dalla Societas Ecclesia Dei Sancti Ioseph-Una Voce Philippines.


La prima è stata celebrata il 25 gennaio, memoria liturgica della conversione di san Paolo, nel santuario di San Pedro Calungsod. 
La seconda è stata una Messa votiva del Santissimo Sacramento celebrata il 26 gennaio dal cardinal Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che celebra regolarmente secondo in rito straordinario. 
È la prima Messa “antica” celebrata pubblicamente nelle Filippine da quando è stata varata la riforma liturgica nel 1970.


AsiaNews riferisce un’opinione del blogger cattolico Carlos Antonio Palad, membro della Fondazione Fidei Defensores, secondo il quale «nella mia esperienza i giovani che partecipano alla messa in latino trovano che essa li sfida a scavare più profondamente nella fede cattolica. 
Al giovane piace essere sfidato dopo tutto!». 
Palad aggiunge che il latino non frena chi non parla latino poiché «è stato parte della vita dei cattolici filippini per 450 anni. 
Anche quando la Messa era ancora in latino, i filippini partecipavano assiduamente». 
Per il blogger, il fedele trova nella messa in latino «una forma di culto nel quale la Chiesa non cerca di andare d'accordo con i tempi». 
C’è solo «l’adorazione e l'identità cattolica, senza tentativi di renderla più “alla moda” o più accettabile ai gusti moderni. 
Quando la Summorum Pontificum è stata promulgata nel 2007, c'erano solo tre luoghi nelle Filippine dove si celebrava con il permesso dei vescovi. 
Oggi ci sono 14 luoghi con la messa ogni domenica, più alcuni altri con messe mensili o nei giorni feriali». 
I partecipanti sono in gran parte «davvero giovani e entusiasti».

da «AsiaNews» tramite Il Timone

martedì 26 gennaio 2016

Il Pastore Protestante che difese la Messa tradizionale cattolica:ho molta paura che i Cattolici si trasformino in Riformati

Correva l’anno 1972 quando il Bollettino n.8 di Una Voce, l’Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana pubblicò in lingua italiana la Lettera che un Pastore Protestante aveva scritto poco tempo prima ad un Sacerdote Cattolico .
L'Articolo, scritto a soli tre anni dalla promulgazione della Costituzione Apostolica di Papa Paolo VI "Missale Romanum", è valido anche nei nostri giorni  per l'  attualità delle argomentazioni teologiche e liturgiche  trattate.
La lettera del Pastore Protestante, pervasa da grande ed ammirevole onestà, andrebbe letta e fatta  imparare a memoria soprattutto dai Seminaristi, i futuri Sacerdoti, sulle cui  spalle si appoggeranno le colonne dell'attuale traballante edificio ecclesiale.

Premessa della Redazione di Una Voce-Italia :
“È noto che la Messa tradizionale, nel corso di questi anni, è stata sottomessa, ad opera dei « correctores » della Sacra Congregazione del Culto Divino, a graduali spostamenti di accento, fino a perdere quel suono tipicamente cattolico che la tradizione apostolica gli aveva impresso dall'inizio, e che il Concilio di Trento con le sue definizioni dogmatiche le aveva definitivamente fissato. 
Questo non è avvenuto a caso, ma seguendo una linea ben precisa e uno scopo ben determinato, i quali si sono rivelati pienamente soltanto ad opera compiuta, cioè con la pubblicazione del « Novus Ordo Missae ». 
Si tratta dell'« adattamento » della Messa alle esigenze del « dialogo ecumenico », cioè del discorso imbastito con i « fratelli separati » per giungere prima all'intercomunione e poi all'unione. Naturalmente, con un colossale « sforzo » di carità « evangelica », nel discorso con i fratelli separati, si è tenuto meno conto dei più vicini — cioè dei Greco Ortodossi, che sono soltanto degli scismatici, id est, dei « separati » — che dei Protestanti dalle multiformi confessioni, che sono anche « eretici ». 
Ne è venuta fuori quella che in linguaggio critico-letterario si chiama « contaminatio », cioè, un equivoco dogmatico-teologico: una Messa « polivalente », tanto che il Priore di Taizé, e più di un teologo riformato, hanno potuto dichiarare che essa può venir celebrata senza scrupolo anche dai protestanti. 
Non per nulla alla preparazione del « Novus Ordo Missae » hanno collaborato 6 esperti teologi eterodossi.
Quali i frutti di questa « avance » da parte della Chiesa cattolica apostolica romana? 
Disastrosi.
Le fonti dei ritorni alla Chiesa Madre di Roma, in alcune Nazioni già ubertose, si sono venute man mano essiccando da quando essa è entrata in fase di « autocritica ». 
Lo « sforzo », d'altro canto, ha portato la desolazione nel cuore dei cattolici più consapevoli. 
San Pio X, a chi l'invitava, come il Sangnier, a dar mano a coraggiose riforme, e ad aprire ai lontani « toutes grand-ouvertes » le porte di San Pietro, rispondeva che il suggerimento era ben strano, perché, diceva, grande era il pericolo che chi era fuori non entrasse per niente, e invece uscisse chi era dentro.
Leggiamo ora alcuni brani di un'onesta e chiara lettera che un Pastore luterano ha inviato al sacerdote cattolico Joachim Zimmermann, Dusseldorf, Germania. (Da Una Voce Korrespondez, I Jahrg. Heft 3/4, pp. 127-129”.
***
Una Chiesa che abbandona la sua lingua cultuale abbandona se stessa. 
Essa sottopone non solo la sua lingua, ma anche la sostanza della Fede, di cui questa lingua è l'eccipiente e il veicolo, alle variazioni e ai mutamenti che di continuo implica l'evoluzione linguistica. 
Il contenuto della Fede non sarà per questo meglio compreso, ma, al contrario, non lo sarà più affatto. 
Tengo a sottolinearlo che il « popolo » comprenda la Messa non è questione di lingua, ma di insegnamento e di istruzione. 
I sacerdoti che nella loro catechesi si servono come di mezzi di propaganda per Cristo e la Chiesa dei « negro spirituals », non dovranno poi meravigliarsi se i fanciulli non sapranno più nulla del mistero del Kyrie eleison.
Lutero non ha bandito il Latino dalla Messa (anche se, come generalmente viene ammesso, per ragioni pedagogiche). 
Egli ha voluto il tedesco per le letture e il sermone, ma, per il Canone, si è accontentato di fare delle mere proposte per germanizzarlo e purificarlo (la cosidetta messa tedesca); purtroppo, per far questo, lo ha miseramente distrutto. 
Il popolo doveva cantare in tedesco, ma il Gloria, il Sanctus e l'Agnus, si mantennero, naturalmente in lingua latina, fino a quasi tutto il secolo XVIII.
Non bisogna, però, dimenticare una cosa: è vero che le chiese luterane usano da molto tempo la lingua tedesca per il servizio divino. 
Ma questa lingua era nuova. 
Lutero ha creato una lingua liturgica che, col passare dei secoli, è diventata, per così dire, una lingua sacra. 
E ciò è durato fino al tempo dell'Illuminismo. 
Nella restaurazione liturgica del secolo scorso, questa lingua è stata ripresa, ed è stata mantenuta anche nel nuovo Rituale (I-IV) ufficialmente in uso presso di noi. 
Ciò che in questa lingua sorprende per la sua vetustà, ha assunto precisamente la stessa funzione che aveva il Latino nella Messa Romana, conservare il contenuto originario. 
L'abbandono di questa lingua comporterebbe quello del contenuto dogmatico. 
Il nostro tedesco moderno, per molte e gravi ragioni che non posso qui elencare, non è più in grado di esprimere in modo adeguato ciò che Lutero poteva ancora esprimere nel tedesco del suo tempo. 
È così, per esempio, che noi possiamo ancora cantare in
quel tedesco melodie gregoriane in modo abbastanza soddisfacente.
Invece, se io volessi farlo sui testi tradotti recentemente dai cattolici, mi si spezzerebbe la lingua e il cuore. 
Lo stesso si deve dire del nuovo Ordinario della Messa: a parte gli slittamenti dogmatici che gli si possono rimproverare, in tale lingua non si può pregare. 
Basta confrontare la versione tedesca del Credo niceno della Nostra Agenda I con quella contenuta nel vostro Ordinario della Messa: il solo cursus ritmico della lingua rivela un abisso tra le due traduzioni. 
In breve: io ritengo oggi impossibile esprimere il contenuto della nostra Fede in un tedesco moderno...
I cattolici farebbero bene a studiare un po' più profondamente le tristi esperienze delle Chiese riformate. 
Ch'io sappia, nessuno ancora ha intrapreso un lavoro di tanta importanza. 
E ci sarebbe molto da imparare. 
Per esempio, la mensa della Parola più riccamente imbandita- per noi protestanti, il sermone- ha tutta una sua storia. 
Infatti, quanto si è predicato nelle nostre chiese! 
I risultati? 
Buoni frutti, senza dubbio: non sarò io certamente a negare che la Parola di Dio deve essere spiegata. 
Ma per noi è di gran lunga più importante la nozione di Sacramento e la sua comprensione. 
Se la predicazione fosse tanto abile ed efficace quanto si pretende, da 400 anni ad oggi come dovrebbero essere devote e istruite le nostre comunità! 
La separazione tra Parola e Sacramento che impera tra noi da tanto tempo, e la sostituzione della prima al secondo, non solo hanno mortificato nei nostri fedeli la capacità di un reale ascolto, ma hanno talmente intellettualizzato e resa astratta la proclamazione della Parola, che essi non sono più in grado, per quanti sforzi si facciano per tradurla, di comprenderla nella sua efficacia sacramentale.
A queste riflessioni è il caso di aggiungeme un'altra. 
La dissoluzione della Messa al tempo dell'Illuminismo- dissoluzione pressoché totale- è incominciata con gli esperimenti.
Ci si voleva sbarazzare del « ciarpame » medioevale e farsi più comprensibili. 
Nel convincimento, soggettivamente sincero, che molti inconvenienti potevano essere rimossi con un adattamento ai costumi più raffinati, alle convinzioni religiose dei tempi nuovi, alle, esigenze personali del singolo, si è finito col dare libero corso alla proliferazione di innumerevoli rituali. 
Il risultato è stato quello di vuotare le chiese, proprio come oggi.
C'è un libro che Le consiglio a questo proposito: la Storia delle antiche forme della Messa nella Chiesa protestante tedesca, dalla Riforma ai nostri giorni, di P. Graff
Leggendo quest'opera potrà constatare con suo grande stupore che il vostro « Novus Ordo Missae » già esisteva quasi per intero nel Secolo dei Lumi, se si fa astrazione di qualche espressione legata alle circostanze di tempo. 
È così che la mia prima reazione nell'esaminare i nuovi formulari della Messa (in tedesco) è stata questa:
i cattolici commettono esattamente gli stessi errori che noi abbiamo commesso in passato e che, del resto, commettiamo di nuovo. 
Il Novus Ordo consente troppe scelte e alternative. 
La conseguenza sarà che ognuno farà quello che meglio gli sembrerà: di qui un caos liturgico senza rimedio e, presso ogni parroco, la comparsa di un particolarismo veramente dittatoriale... 
Della comunione nella mano da noi ancora non si parla. 
I comunicandi ancora s'inginocchiano, e quasi dappertutto lo fanno alla balaustra. 
Per quanto riguarda la celebrazione versus populum, io ho avuto fin dal principio e per istinto delle gravi riserve... 
Che quasi tutti i Cattolici siano caduti nel seducente tranello, dipende, come io temo, da una decurtata concezione del carattere e della funzione del sacerdote e, particolarmente, da un profondo mutamento della fede nella Transustanziazione, cioè nella Presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore. 
Ho molta paura che i Cattolici si trasformino in Riformati, e lascino a noi Luterani (pochi) la conoscenza dell'est, per il quale Lutero ha tanto combattuto. 
Cosa ben triste! 
Comincio a scoprire le magnificenze della Messa romana, e molti altri con me, nel momento in cui i Cattolici sembrano volerle perdere. 
Cosa accadrà? 
Sono diventato uno straniero nella mia Chiesa e non potrei più ormai trovare asilo nella vostra...

(Una Voce-Italia, Marzo 1972 pagg.6-7-8)