sabato 2 luglio 2016

Cordoglio per i nostri connazionali uccisi a Dacca "non è la prima volta che il jihadismo attacca nel mese di Ramadan e soprattutto nei suoi ultimi 10 giorni"

Puniti gli stranieri (infedeli N.d.R.) e il governo di Dacca.
La prova di forza dell'«emiro» del Bangladesh   
di Gianandrea Gaiani

Lo Stato Islamico fa strage di italiani in Bangladesh (9 i connazionali uccisi) come aveva già fatto 15 mesi or sono nell’attacco al museo del Bardo a Tunisi dove morirono 4 italiani e 11 restarono feriti.

Inutile attendersi reazioni muscolari da Roma. Al di là dello sdegno e del cordoglio che solitamente accompagnano questi
tragici eventi non ci saranno reazioni militari da Roma né tantomeno rappresaglie. 
Del resto gli obiettivi del commando dell’Isis che si è fatto strada con un kamikaze nell'Holey Artisan Bakery Cafè, locale frequentato da imprenditori, turisti e diplomatici stranieri a Dacca, non erano probabilmente gli italiani ma solo gli stranieri e gli infedeli in generale. 
Lo si evince dal fatto che nell'ottobre scorso venne ucciso il cooperante italiano Cesare Tavella, veterinario la cui esecuzione venne rivendicata dallo Stato islamico anche se uno dei killer confessò alla polizia di “essere stato pagato per uccidere qualunque straniero con la pelle bianca”.
Lo si evince anche dal tragico quiz sulle shure del Corano inscenato dai terroristi per testare la vera fede islamica di molti ostaggi: una sorta di roulette russa in cui chi sbagliava la risposta veniva freddato a colpi di kalashnikov. 
Nulla di nuovo purtroppo, scene simili si erano già viste al centro commerciale Westgate di Nairobi preso d’assalto da commando jihadisti degli Shabab somali nel settembre 2013. 
L’obiettivo di simili raid è evidente: dare l’impressione che l’Isis costituisca una rete globale in grado di colpire ovunque. 
Per questo vengono presi di mira “soft target” impossibili da presidiare in toto e dove non si può garantire con certezza la sicurezza a passeggeri, turisti e avventori.

L’attacco rappresenta inoltre l’affermazione del leader del gruppo bengalese affiliato all'Isis responsabile della strage compiuta nella notte a Dacca. 
Il suo nome è Tamim Chowdhury e, secondo quanto riportato dal quotidiano The Daily Star, il suo nome di battaglia sarebbe Shaykh Abu Ibrahim al-Hanif. Si tratta di un cittadino canadese nato a Windsor, nell'Ontario, "E' di Windsor. Ho parlato con alcune persone che lo conoscevano ma non si sa molto di più ", ha dichiarato Amarnath Amarasingam, docente alla al Resilience Research Centre della Dalhousie University ed esperto di terrorismo internazionale. 
L'associazione islamica di Windsor ha confermato che Chowdhury è originario di quella cittadina e il numero di aprile di Dabiq, il mensile dello Stato islamico, lo ha celebrato come nuovo 'emiro' del Bangladesh.
Il raid ha colpito gli occidentali ma puntava con ogni probabilità a mettere anche in luce l’incapacità del governo bengalese di proteggere gli stranieri e i propri interessi. Una sorta di punizione per le retate compiute dalle forze di polizia negli ultimi giorni che hanno portato in carcere oltre 5 mila jihadisti tra i quali, secondo il governo, più di 200 terroristi. 
Di certo le autorità di Dacca si sono svegliate tardi contro un fondamentalismo islamico che ha alzato la testa negli ultimi anni grazie al solito meccanismo che vede robusti finanziamenti provenienti direttamente o meno, dalle monarchie del Golfo Persico per aprire scuole coraniche che diventano poi le culle dell’estremismo e del terrorismo.


Negli ultimi mesi in Bangladesh si sono moltiplicati gli attacchi alle minoranze cristiane e indù, sono stati uccisi blogger, intellettuali, laici, cristiani e monaci indù.  
Alcuni analisti valutano che il governo sia più impegnato a consolidare il suo potere e a reprimere il dissenso degli oppositori che a combattere la diffusione della violenza islamista nel Paese.


L'International Crisis  Group (Icg), organizzazione non governativa impegnata nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, è molto severo con il governo bengalese guidato da Sheikh Hasina Wazed.
Un recente rapporto evidenzia che un sistema giudiziario "distorto" e la mano pesante contro l'opposizione del partito al  potere, l'Awami League Party, tradizionalmente laico e di centro-sinistra, stanno ponendo le basi in Bangladesh per ulteriori violenze e disordini. "Non c'è tempo da perdere - è scritto nelle conclusioni del rapporto - Se le voci principali del dissenso continueranno a dover tacere, sempre più oppositori del governo potrebbero guardare alla violenza e ai gruppi violenti come loro unica risorsa".


Il primo ministro "ha accusato l'opposizione, ovvero Jamaat-e-Islaami e il Bangladesh National Party , per gran parte della  violenza estremista nel Paese" - ha scritto Michael Kugelman, esperto di Asia del Sud al Woodrow Wilson Center. "Queste accuse potrebbero non essere del tutto false - secondo l'esperto - Eppure, escludere che gruppi diversi dai nemici politici di Dacca stiano intensificando la violenza estremista in Bangladesh è ingenuo nel migliore dei casi e pericoloso nel peggiore".
Sul piano dell’analisi del blitz non c’è nulla di nuovo nelle tattiche utilizzate a Dacca dal commando dell’Isis. Nell'ottobre 2002 Jemaa Islamiyah, branca indonesiana di al-Qaeda, colpì con un kamikaze e un'autobomba l’isola di Bali uccidendo 202 persone e ferendone 209, in gran parte australiani in vacanza.


La tattica di impiegare kamikaze per aprire la strada ai gruppi di fuoco che prendono ostaggi o fanno strage di civili in un luogo affollato venne sviluppata dai talebani del Waziristan appartenenti alla Rete Haqqani e da allora è dilagata presso tutti gruppi jihadisti con l’obiettivo di ottenere il massimo della visibilità mediatica per massacrare il maggior numero di persone tra quelle considerate bersagli da abbattere a vista. 
Cioè tutti noi.